
Trump respinge l’offerta iraniana: Hormuz rimane bloccata, il nucleare congela il negoziato
Dalla Situation Room della Casa Bianca è filtrata una reazione netta: Donald Trump ha trovato insoddisfacente l’ultima proposta iraniana per sbloccare lo Stretto di Hormuz in cambio della fine delle ostilità. Lunedì 7, il presidente e i vertici della sicurezza nazionale hanno esaminato la bozza arrivata per via pakistana, nella quale Teheran proponeva di rinviare ogni discussione sul programma atomico a una fase successiva, puntando innanzitutto a interrompere la guerra e revocare il blocco navale. L’inquilino della Casa Bianca, secondo fonti incrociate, non ha cassato del tutto l’iniziativa, ma ne ha tratto la convinzione che l’Iran non stia trattando in buona fede e non intenda accogliere la linea rossa americana: la fine permanente dell’arricchimento dell’uranio e la rinuncia verificabile a qualsivoglia percorso per l’arma nucleare.
La proposta rappresentava il tentativo di sfruttare la finestra diplomatica aperta dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi durante i colloqui con Pakistan, Egitto, Turchia e Qatar. Secondo l’ottica di Teheran, isolare il dossier della navigazione marittima permetterebbe di alleggerire la pressione economica immediata, conservando al contempo la piena autonomia sul nucleare. Ma è proprio questa separazione a suscitare i maggiori sospetti a Washington. Gli analisti vicini all’amministrazione temono che senza il blocco navale gli Stati Uniti perdano la principale leva negoziale, mentre il segretario di Stato e i vertici del Pentagono restano divisi su chi possa reggere meglio la guerra di logoramento commerciale: gli uni sottolineano la dipendenza energetica dell’Iran, gli altri l’impatto crescente del caro-petrolio sull’economia americana e globale.
Dietro il fronte iraniano, fonti regionali arabe e persiane descrivono una leadership spaccata. Una parte dell’establishment sarebbe disposta a concessioni nucleari pur di uscire dall’isolamento, ma altre fazioni, legate alle Guardie della rivoluzione, rifiutano qualsiasi cedimento su ciò che considerano il pilastro della deterrenza nazionale. Il piano in tre fasi, discusso anche dalla portavoce Karoline Leavitt, tenta di cucire questa frattura, ma rivela al tempo stesso la debolezza negoziale di Teheran, incapace di offrire garanzie permanenti a Washington.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la posta in gioco è altissima. Il transito nello Stretto di Hormuz interessa circa un quinto dei consumi mondiali di petrolio, e la penisola italiana, con la sua dipendenza dal greggio di passaggio nel Golfo, sarebbe fra i primi Paesi a subire rincari e strozzature produttive in caso di prolungata chiusura. Da Bruxelles si osserva con apprensione il braccio di ferro, nella speranza che la minaccia di una nuova fiammata inflattiva possa spingere verso una mediazione più attiva. La linea ufficiale del Quai d’Orsay e della Farnesina, sussurrata nei corridoi del Consiglio Affari Esteri, è che rimettere i canali di dialogo sulla stessa fase – guerra e nucleare – rischia di affossare definitivamente qualsiasi spiraglio.
Nell’immediato, la Casa Bianca si prepara a rispondere con una controproposta, verosimilmente incentrata sull’immediata ispezione degli impianti nucleari iraniani e sulla sospensione delle centrifughe, in cambio di una graduale riapertura del transito marittimo. Il rischio, per entrambi i contendenti, è che il tempo lavori contro ciascuno: le sanzioni e il blocco asfissiano il bilancio di Teheran, ma ogni giorno di Hormuz sbarrato erode la popolarità di Trump in vista delle prossime scadenze elettorali. L’Europa, nel frattempo, cerca di non restare spettatrice, consapevole che la partita per il Golfo si gioca tanto nell’Oceano Indiano quanto a Washington, Teheran e Islamabad, e che per Roma la diplomazia energetica non è mai stata così intrecciata con la tenuta del tessuto industriale.
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