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giovedì 30 aprile 2026

Trump riafferma l’assedio navale all’Iran: «Soffocano, il blocco vale più delle bombe»

Con una durezza inusuale anche per il suo linguaggio, Donald Trump ha respinto ogni ipotesi di alleggerimento della morsa navale che da due mesi stringe i porti iraniani. In un’intervista rilasciata ad Axios, il presidente americano ha dichiarato che il blocco dello Stretto di Hormuz resterà in vigore fino a quando Teheran non firmerà un accordo che smantelli in modo verificabile il programma nucleare. «Soffocano come un maiale ingozzato», ha detto Trump, aggiungendo che il blocco è «in qualche modo più efficace dei bombardamenti». La metafora, sferzante e brutale, segnala la convinzione della Casa Bianca che la pressione asfissiante sulle esportazioni petrolifere sia ormai l’unico strumento capace di piegare la leadership iraniana.

L’offensiva navale statunitense, coordinata dal Comando Centrale, impedisce di fatto a Teheran di movimentare il greggio che rappresenta la linfa vitale della sua economia. Secondo fonti vicine al Pentagono, le scorte iraniane e le condotte sono ormai prossime al collasso; un’informazione che Trump stesso ha propagandato, lasciando intendere che gli impianti di stoccaggio potrebbero esplodere sotto la pressione interna. Teheran aveva proposto una prima riapertura del transito nello Stretto e un successivo confronto sul nucleare, ma Washington ha giudicato inaccettabile qualsiasi sequenza che allenti la stretta prima di aver ottenuto garanzie irreversibili. Nell’ottica di Teheran, la richiesta americana equivale a una resa senza contropartite; in quella di Washington, il congelamento navale è semplicemente la premessa logica di ogni negoziato serio.

Da Mosca, numerosi osservatori leggono la strategia di Trump come l’applicazione estrema della dottrina della coercizione economica, con il rischio di trasformare il Golfo Persico in un teatro di conflitto aperto. Le stesse fonti russe non escludono che il Cremlino possa sfruttare lo stallo per proporsi come mediatore, pur sapendo che una distensione favorirebbe la stabilità dei mercati energetici, da cui anche Mosca dipende. Da Nuova Delhi, invece, si guarda con apprensione alla tenuta dello Stretto: l’India importa una quota significativa del proprio fabbisogno tramite Hormuz, e l’interruzione prolungata minaccia di rendere insostenibili i costi dell’energia in tutta l’Asia meridionale.

Per l’Italia e per l’Europa il contraccolpo non è astratto. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia di circa un quinto del commercio mondiale di greggio, e la sua chiusura, anche solo parziale, ha già innescato un rialzo delle quotazioni che si riflette alla pompa di benzina e nelle bollette industriali del Vecchio Continente. Secondo gli analisti di Bruxelles, un’escalation militare — che il Comando Centrale ha comunque pianificato con un’opzione di attacchi «brevi e potenti» in caso di stallo negoziale — provocherebbe uno choc energetico paragonabile a quello del 1973, con conseguenze pesanti per le economie mediterranee, già provate dalla frammentazione delle catene di approvvigionamento.

Sullo sfondo, l’Europa si trova in un imbarazzante paradosso strategico: ha sostenuto la preservazione dell’accordo nucleare del 2015, ma oggi assiste inerte a un braccio di ferro imposto unilateralmente da Washington, mentre i suoi canali diplomatici con Teheran sono ridotti al lumicino. La prospettiva che Trump, convinto di aver ormai l’Iran con le spalle al muro, rifiuti ogni ammorbidimento, espone il fianco sud dell’Alleanza a conseguenze imprevedibili. Il blocco potrà pure sembrare “più efficace dei bombardamenti”, ma l’esperienza insegna che quando l’avversario sente di non avere nulla da perdere, il confine tra pressione e detonazione può dissolversi in poche ore.

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giovedì 30 aprile 2026

Trump riafferma l’assedio navale all’Iran: «Soffocano, il blocco vale più delle bombe»

Con una durezza inusuale anche per il suo linguaggio, Donald Trump ha respinto ogni ipotesi di alleggerimento della morsa navale che da due mesi stringe i porti iraniani. In un’intervista rilasciata ad Axios, il presidente americano ha dichiarato che il blocco dello Stretto di Hormuz resterà in vigore fino a quando Teheran non firmerà un accordo che smantelli in modo verificabile il programma nucleare. «Soffocano come un maiale ingozzato», ha detto Trump, aggiungendo che il blocco è «in qualche modo più efficace dei bombardamenti». La metafora, sferzante e brutale, segnala la convinzione della Casa Bianca che la pressione asfissiante sulle esportazioni petrolifere sia ormai l’unico strumento capace di piegare la leadership iraniana.

L’offensiva navale statunitense, coordinata dal Comando Centrale, impedisce di fatto a Teheran di movimentare il greggio che rappresenta la linfa vitale della sua economia. Secondo fonti vicine al Pentagono, le scorte iraniane e le condotte sono ormai prossime al collasso; un’informazione che Trump stesso ha propagandato, lasciando intendere che gli impianti di stoccaggio potrebbero esplodere sotto la pressione interna. Teheran aveva proposto una prima riapertura del transito nello Stretto e un successivo confronto sul nucleare, ma Washington ha giudicato inaccettabile qualsiasi sequenza che allenti la stretta prima di aver ottenuto garanzie irreversibili. Nell’ottica di Teheran, la richiesta americana equivale a una resa senza contropartite; in quella di Washington, il congelamento navale è semplicemente la premessa logica di ogni negoziato serio.

Da Mosca, numerosi osservatori leggono la strategia di Trump come l’applicazione estrema della dottrina della coercizione economica, con il rischio di trasformare il Golfo Persico in un teatro di conflitto aperto. Le stesse fonti russe non escludono che il Cremlino possa sfruttare lo stallo per proporsi come mediatore, pur sapendo che una distensione favorirebbe la stabilità dei mercati energetici, da cui anche Mosca dipende. Da Nuova Delhi, invece, si guarda con apprensione alla tenuta dello Stretto: l’India importa una quota significativa del proprio fabbisogno tramite Hormuz, e l’interruzione prolungata minaccia di rendere insostenibili i costi dell’energia in tutta l’Asia meridionale.

Per l’Italia e per l’Europa il contraccolpo non è astratto. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia di circa un quinto del commercio mondiale di greggio, e la sua chiusura, anche solo parziale, ha già innescato un rialzo delle quotazioni che si riflette alla pompa di benzina e nelle bollette industriali del Vecchio Continente. Secondo gli analisti di Bruxelles, un’escalation militare — che il Comando Centrale ha comunque pianificato con un’opzione di attacchi «brevi e potenti» in caso di stallo negoziale — provocherebbe uno choc energetico paragonabile a quello del 1973, con conseguenze pesanti per le economie mediterranee, già provate dalla frammentazione delle catene di approvvigionamento.

Sullo sfondo, l’Europa si trova in un imbarazzante paradosso strategico: ha sostenuto la preservazione dell’accordo nucleare del 2015, ma oggi assiste inerte a un braccio di ferro imposto unilateralmente da Washington, mentre i suoi canali diplomatici con Teheran sono ridotti al lumicino. La prospettiva che Trump, convinto di aver ormai l’Iran con le spalle al muro, rifiuti ogni ammorbidimento, espone il fianco sud dell’Alleanza a conseguenze imprevedibili. Il blocco potrà pure sembrare “più efficace dei bombardamenti”, ma l’esperienza insegna che quando l’avversario sente di non avere nulla da perdere, il confine tra pressione e detonazione può dissolversi in poche ore.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

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