
Caos e spari al gala di Washington: l’eco di un’America spaccata che risuona fino all’Europa
Il fragore degli spari ha lacerato la mondanità ovattata del Washington Hilton poco dopo le 20:30 di sabato sera, interrompendo quella che doveva essere la serata di tregua tra il presidente Donald Trump e la stampa che lo segue. In un istante, i duemilaseicento invitati alla cena dell’Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca sono scivolati sotto i tavoli, mentre gli agenti del Secret Service circondavano con i corpi il presidente e la First Lady Melania per una rapida evacuazione. L’attentatore, un uomo armato di fucile a pompa, pistola e coltelli, è stato bloccato dagli agenti ancor prima di varcare la soglia del salone delle feste, in un luogo simbolico che già nel 1981 vide il tentato assassinio di Ronald Reagan.
Poche ore dopo l’accaduto, la polizia e l’FBI hanno identificato il sospetto in Cole Tomas Allen, trentunenne californiano di Torrance, laureato in ingegneria meccanica al prestigioso Caltech e impiegato come insegnante part-time in una società di preparazione scolastica. Il profilo che emerge dalle indagini è quello di una mente brillante divorata da un’ossessione ideologica: un uomo che, stando ai primi riscontri degli inquirenti e a un “manifesto” inviato ai familiari poco prima dell’attacco, non celava più la propria avversione feroce per l’amministrazione, intrisa di retorica anti-cristiana e anti-Trump. Secondo il procuratore generale facente funzioni, Todd Blanche, l’obiettivo dichiarato non era un singolo, ma la classe dirigente repubblicana, “probabilmente incluso il presidente”. Allen, che aveva percorso in treno la tratta dalla California a Chicago fino alla capitale, alloggiava come ospite proprio nell’albergo preso di mira, un dettaglio che solleva interrogativi inquietanti sulla falla nei sistemi di sicurezza perimetrale.
Dall’Europa, il cordoglio e la condanna sono giunti unanimi, ma con una nota di profonda apprensione. L’Alta Rappresentante dell’Unione, Kaja Kallas, pur esprimendo sollievo per l’incolumità di Trump, ha ribadito un principio caro all’ottica di Bruxelles: la violenza politica è un veleno senza posto in democrazia. Un monito che, sebbene rivolto all’alleato americano, risuona come un monito universale in un continente segnato da preoccupanti rigurgiti di radicalizzazione. Parole simili sono arrivate da Parigi, con Emmanuel Macron che ha definito “inaccettabile” l’attacco, e da Roma, a testimonianza di come la comunità internazionale osservi con crescente inquietudine la fragilità istituzionale statunitense, esasperata in un clima pre-elettorale già incandescente.
L’attentato – il terzo grave incidente di sicurezza in due anni che coinvolge l’ex tycoon – riaccende il dibattito, vivo negli ambienti vicini alla Casa Bianca, sull’inadeguatezza delle venue esterne. Nell’immediatezza, lo stesso Trump ha colto l’occasione per rilanciare il progetto di una “ballroom presidenziale” ad alta sicurezza, un bunker dorato all’interno del perimetro della Casa Bianca. Al di là della strumentalizzazione politica, l’episodio certifica un’America in cui l’eccezionalità della violenza rischia di normalizzarsi, imponendo una riflessione non solo sulle misure di protezione, ma sulla capacità del corpo sociale di ricucire, con le sole armi del diritto, un patto democratico sempre più logoro.
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