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venerdì 1 maggio 2026

Trump tende la mano a Zaidi, ma tra Teheran e Baghdad lo stallo è già cominciato

La telefonata di Donald Trump ad Ali al-Zaidi ha acceso, nel giro di poche ore, un doppio fronte di tensione e aspettativa. Giovedì il presidente americano si è congratulato con il premier incaricato iracheno, lo ha invitato alla Casa Bianca non appena il nuovo governo sarà formato e ha parlato di «un nuovo straordinario capitolo» nelle relazioni bilaterali. Un gesto che da Washington segnala la volontà di archiviare l’ostilità manifestata solo poche settimane fa verso Nouri al-Maliki, il candidato sciita visto come troppo vicino all’Iran, e di costruire un rapporto privilegiato con l’uomo d’affari designato dal Quadro di Coordinamento. Eppure, proprio mentre la linea transatlantica si muoveva verso Baghdad, una tempesta di disinformazione e di veti incrociati già minacciava di travolgere il nascente esecutivo.

Sui social network arabi è esplosa in quelle stesse ore una notizia fabbricata: al-Zaidi avrebbe ordinato l’eliminazione degli stipendi per i “detenuti di Rafha”, una voce di bilancio che secondo la bufala consumerebbe risorse ingenti. La smentita è stata immediata e puntuale da parte dei fact-checker, ma il falso la dice lunga sull’aria che si respira. Il premier designato, il cui unico potere è presentare la lista dei ministri al Parlamento, è già bersaglio di campagne orchestrate per delegittimarlo ancor prima che la sua squadra veda la luce. È la cartina di tornasole di un passaggio politico che da Baghdad a Teheran viene descritto come estremamente fragile.

Secondo fonti della diplomazia irachena, il capo del governo incaricato si sarebbe scontrato con un muro di pretese da parte delle fazioni sciite e dei partiti, che stanno lottando senza esclusione di colpi per accaparrarsi i cosiddetti “portafogli sovrani”. Il mandato esplorativo, arrivato dopo cinque mesi di paralisi, rischia di arenarsi nella stessa palude che ha inghiottito i tentativi precedenti. Analisti vicini alla presidenza irachena confermano che al-Zaidi avrebbe confidato il proprio pessimismo, e non è escluso che possa rimettere il mandato se le condizioni per un esecutivo “pulito” non dovessero concretizzarsi.

È in questo quadro che va letta l’irritazione dell’Iran. Da Teheran, osservatori e media non hanno nascosto il malumore per l’apertura di credito americana verso il nuovo premier, percepita come un tentativo di scardinare l’influenza iraniana nella regione. Non è un caso che i quotidiani economici iraniani, nel riportare la chiamata Trump-Zaidi, abbiano sottolineato un dettaglio che a Teheran suona come un avvertimento: l’autorizzazione al presidente americano per condurre operazioni militari contro l’Iran senza voto del Congresso scade proprio domani, primo maggio duemilaventisei. L’accostamento è un messaggio implicito: il riavvicinamento Washington-Baghdad può convivere, nella testa iraniana, con uno scenario di conflitto ancora aperto.

Per l’Italia e l’Europa lo stallo iracheno non è una questione lontana. Negli ambienti diplomatici di Bruxelles si segue con apprensione la crisi di formazione del governo, consapevoli che un Iraq frammentato e ostaggio delle milizie filo-iraniane rappresenta un moltiplicatore di instabilità per l’intero bacino mediterraneo – dal contraccolpo sui flussi migratori fino alla sicurezza energetica. L’iniziativa americana, per quanto ben accolta da una parte del ceto politico iracheno, rischia di innescare una reazione opposta: un ulteriore irrigidimento iraniano e una fase di stallo che potrebbe durare mesi. Il capitolo che Trump definisce «straordinario» dovrà fare i conti, prima ancora che con la geopolítica, con l’aritmetica spietata delle poltrone a Baghdad.

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Trump tende la mano a Zaidi, ma tra Teheran e Baghdad lo stallo è già cominciato

La telefonata di Donald Trump ad Ali al-Zaidi ha acceso, nel giro di poche ore, un doppio fronte di tensione e aspettativa. Giovedì il presidente americano si è congratulato con il premier incaricato iracheno, lo ha invitato alla Casa Bianca non appena il nuovo governo sarà formato e ha parlato di «un nuovo straordinario capitolo» nelle relazioni bilaterali. Un gesto che da Washington segnala la volontà di archiviare l’ostilità manifestata solo poche settimane fa verso Nouri al-Maliki, il candidato sciita visto come troppo vicino all’Iran, e di costruire un rapporto privilegiato con l’uomo d’affari designato dal Quadro di Coordinamento. Eppure, proprio mentre la linea transatlantica si muoveva verso Baghdad, una tempesta di disinformazione e di veti incrociati già minacciava di travolgere il nascente esecutivo.

Sui social network arabi è esplosa in quelle stesse ore una notizia fabbricata: al-Zaidi avrebbe ordinato l’eliminazione degli stipendi per i “detenuti di Rafha”, una voce di bilancio che secondo la bufala consumerebbe risorse ingenti. La smentita è stata immediata e puntuale da parte dei fact-checker, ma il falso la dice lunga sull’aria che si respira. Il premier designato, il cui unico potere è presentare la lista dei ministri al Parlamento, è già bersaglio di campagne orchestrate per delegittimarlo ancor prima che la sua squadra veda la luce. È la cartina di tornasole di un passaggio politico che da Baghdad a Teheran viene descritto come estremamente fragile.

Secondo fonti della diplomazia irachena, il capo del governo incaricato si sarebbe scontrato con un muro di pretese da parte delle fazioni sciite e dei partiti, che stanno lottando senza esclusione di colpi per accaparrarsi i cosiddetti “portafogli sovrani”. Il mandato esplorativo, arrivato dopo cinque mesi di paralisi, rischia di arenarsi nella stessa palude che ha inghiottito i tentativi precedenti. Analisti vicini alla presidenza irachena confermano che al-Zaidi avrebbe confidato il proprio pessimismo, e non è escluso che possa rimettere il mandato se le condizioni per un esecutivo “pulito” non dovessero concretizzarsi.

È in questo quadro che va letta l’irritazione dell’Iran. Da Teheran, osservatori e media non hanno nascosto il malumore per l’apertura di credito americana verso il nuovo premier, percepita come un tentativo di scardinare l’influenza iraniana nella regione. Non è un caso che i quotidiani economici iraniani, nel riportare la chiamata Trump-Zaidi, abbiano sottolineato un dettaglio che a Teheran suona come un avvertimento: l’autorizzazione al presidente americano per condurre operazioni militari contro l’Iran senza voto del Congresso scade proprio domani, primo maggio duemilaventisei. L’accostamento è un messaggio implicito: il riavvicinamento Washington-Baghdad può convivere, nella testa iraniana, con uno scenario di conflitto ancora aperto.

Per l’Italia e l’Europa lo stallo iracheno non è una questione lontana. Negli ambienti diplomatici di Bruxelles si segue con apprensione la crisi di formazione del governo, consapevoli che un Iraq frammentato e ostaggio delle milizie filo-iraniane rappresenta un moltiplicatore di instabilità per l’intero bacino mediterraneo – dal contraccolpo sui flussi migratori fino alla sicurezza energetica. L’iniziativa americana, per quanto ben accolta da una parte del ceto politico iracheno, rischia di innescare una reazione opposta: un ulteriore irrigidimento iraniano e una fase di stallo che potrebbe durare mesi. Il capitolo che Trump definisce «straordinario» dovrà fare i conti, prima ancora che con la geopolítica, con l’aritmetica spietata delle poltrone a Baghdad.

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