
Ucraina, l’ex braccio destro di Zelensky accusato di riciclaggio: scoppia il caso Yermak
L'ex capo di gabinetto Andriy Yermak è indagato per riciclaggio di 10,5 milioni di dollari in un resort di lusso vicino a Kiev.
L’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, si è presentato ieri dinanzi a un tribunale di Kiev, dopo essere stato ufficialmente indicato come sospettato dalle due agenzie anticorruzione ucraine in un’inchiesta per riciclaggio di circa 10,5 milioni di dollari. La vicenda ruota attorno a un complesso residenziale extralusso alla periferia della capitale, quattro ville da mille metri quadrati ciascuna, i cui veri proprietari sarebbero stati occultati attraverso una rete di società fantasma. Secondo gli inquirenti, l’operazione sarebbe parte di un più vasto sistema di drenaggio di fondi pubblici legato al gigante nucleare statale Energoatom, già al centro di indagini che hanno portato all’arresto di nove persone, tra cui un ex ministro della Giustizia. Yermak, che ha negato ogni addebito, si è difeso dichiarando di possedere solo un appartamento e un’auto, ma il tempismo dell’accusa è esplosivo: arriva a pochi giorni dalla scadenza di una tregua mediata dagli Stati Uniti che non ha fermato i combattimenti con la Russia, e mentre il paese cerca di dimostrare ai partner occidentali di saper combattere la corruzione con la stessa determinazione con cui respinge l’invasione.
Dal punto di vista di Bruxelles, lo scandalo rappresenta un banco di prova cruciale. L’Unione europea ha subordinato parte degli aiuti e il percorso di adesione di Kiev a riforme credibili e a una giustizia indipendente: che il sospettato sia l’ex numero due del presidente, uomo chiave nei negoziati con Washington, non fa che amplificare la pressione sul governo ucraino. Nelle cancellerie europee si teme che il caso possa offrire a Mosca un nuovo pretesto per delegittimare la leadership di Zelensky, dipingendola come indistinguibile dalla vecchia classe politica oligarchica. Gli analisti di Pechino, pur distanti dall’inchiesta, osservano con interesse la tenuta del fronte occidentale: una crisi politica interna a Kiev potrebbe rallentare l’afflusso di armi e fondi, favorendo indirettamente una soluzione negoziale che la Cina auspica da tempo.
Sul fronte interno, l’accusa a Yermak segna un punto di svolta nella lotta alla corruzione in Ucraina. Per anni l’uomo, ex produttore cinematografico e avvocato dello spettacolo, è stato considerato il vero potere dietro il trono, capace di orchestrare ogni dossier sensibile senza mai essere eletto. La sua caduta – già prefigurata dalle dimissioni dello scorso novembre dopo una perquisizione anticorruzione – mostra che le agenzie indipendenti (Nabu e Sapo) agiscono senza timori reverenziali, un segnale che a Washington e a Bruxelles viene accolto con cautela ma anche con una certa freddezza. Resta da vedere se l’inchiesta si limiterà a un singolo episodio immobiliare o se, come sospettano molti osservatori, il filone Energoatom potrà portare a galla un sistema di appropriazione di fondi di ampiezza ben maggiore. Con le forze armate che combattono una guerra di logoramento e l’economia in ginocchio, la credibilità delle istituzioni è l’ultima risorsa di Kiev: la magistratura ha dimostrato di volerla difendere, ma il prezzo politico potrebbe essere altissimo per un presidente che ha fatto della trasparenza il suo cavallo di battaglia.
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa cinese | −0.20 | neutral |
L'inchiesta su Andriy Yermak, ex capo di gabinetto di Zelensky, è presentata come uno scandalo politico che scuote Kiev. Le agenzie anticorruzione ucraine lo accusano di riciclaggio di denaro, ma il tono è cauto: si sottolinea che si tratta di un sospetto, non di una condanna. La vicenda viene inquadrata nel contesto della lotta alla corruzione in Ucraina, con un misto di indignazione e scetticismo sulle reali possibilità di giustizia.
La notizia viene riportata in modo asciutto e fattuale, come un normale procedimento giudiziario. Si menziona che Yermak era il principale negoziatore con gli Stati Uniti e che ha lasciato l'incarico durante lo scandalo. L'enfasi è sulla cifra del presunto riciclaggio (460 milioni di grivnie, circa 10,5 milioni di dollari), senza aggiungere commenti politici o emotivi. Il tono è distaccato, quasi burocratico.
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