
Un Var di ghiaccio frena l'Arsenal: Atlético Madrid e Arsenal si lasciano in parità tra rigori e veleni
È una moviola che scuote la semifinale e rischia di scrivere la storia della Champions League, l’immagine con cui si chiude il Metropolitano. A pochi minuti dalla fine, con l’1-1 già fissato dai due penalty trasformati da Viktor Gyökeres e Julián Álvarez, il direttore di gara Danny Makkelie viene richiamato al monitor dalla sala video: c’è un contatto in area tra il difensore dell’Atlético David Hancko e un attaccante dell’Arsenal, e l’arbitro concede il terzo rigore della serata ai londinesi. Poi, mentre i giocatori di Mikel Arteta già accarezzano l’idea del 2-1 esterno, il Var interviene una seconda volta e ribalta tutto, annullando il penalty e lasciando il tabellone congelato sull’1-1.
In pochi istanti, il confine tra semifinale ipotecata e sfida ancora apertissima si dissolve in una decisione che da Londra verrà a lungo contestata come un «errore tecnico», mentre a Madrid si respira l’ennesima prova di resilienza cholista. La partita, più tattica che spettacolare, era cominciata sotto una pioggia di rotoli di carta igienica lanciata dalla gradinata, un teatro che contrastava con la sinfonia offensiva andata in scena ventiquattr’ore prima tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, culminata in un pirotecnico 4-5. Il calcio spagnolo e quello inglese offrivano invece uno scontro di nervi, con l’Arsenal di Arteta – già orfana di Kai Havertz – capace di colpire allo scadere del primo tempo con il penalty guadagnato e trasformato da Gyökeres, centravanti osservato ormai da mesi con occhi interessati da Stoccolma a mezza Europa.
L’Atlético, che in questa Champions non ha mai saputo rinunciare al proprio codice genetico fatto di sofferenza e ripartenze, ha reagito nella ripresa dopo un cambio di Simeone (fuori Giuliano Simeone, dentro Le Normand), trovando il pari al 56’ grazie a un tocco di braccio di Ben White segnalato ancora una volta dal Var. Sul dischetto si è presentato Julián Álvarez, che ha infilato il portiere con la freddezza dell’ex enfant terrible del calcio argentino, ma poco dopo ha chiesto il cambio per un colpo alla caviglia, accendendo apprensione a Buenos Aires e in tutto l’ambiente colchonero. Il suo sacrificio ha riportato la serie in equilibrio prima della notte di tensioni arbitrali che ha chiuso l’incontro.
Nelle prossime ore, gli sguardi degli analisti di Berlino e di Bruxelles, che seguono l’evoluzione del regolamento Var quasi come una questione di governance europea, si concentreranno sull’interpretazione del protocollo, mentre le due panchine preparano il ritorno all’Emirates. L’appuntamento di Londra assume i contorni di un bivio esistenziale per entrambi i club: nessuno ha mai sollevato la Champions League, e a spingere c’è il desiderio di Antoine Griezmann, novantasettesima presenza nella competizione, di scrivere finalmente il capitolo che manca alla sua carriera. Per l’Italia, spettatrice di una fase finale senza proprie rappresentanti, la sfida offre uno specchio sul duello tra due modelli – la pazienza difensiva della Liga e il pressing coordinato della Premier – che torneranno a incrociarsi in un martedì di aprile in cui basterà un episodio per ribaltare ogni calcolo.
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