Accedi
Edizione delle 20:00 CETsabato 8 agosto 2026
320 testate · 17 lingue1143 briefing oggi
venerdì 24 aprile 2026

La Golden Card americana si inceppa: un solo sì in cinque mesi

Il piano di Washington di monetizzare il soggiorno negli Stati Uniti con una «carta d’oro» da un milione di dollari è partito, per ora, con il freno a mano tirato. In un’udienza al Congresso il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso che soltanto una persona ha ottenuto l’agognato permesso, benché «centinaia» di domande siano in attesa di esame. L’imbarazzo è palpabile, perché lo stesso Lutnick, a dicembre, accanto a Donald Trump che brandiva una riproduzione dorata del documento, aveva dichiarato di aver già «venduto» tessere per un miliardo e trecento milioni di dollari – una cifra che oggi appare frutto di un clamoroso malinteso, se non di un annuncio propagandistico.

La «gold card» era stata presentata come un visto di residenza permanente per stranieri disposti a versare almeno un milione di dollari direttamente nelle casse governative, scavalcando le tradizionali categorie di immigrazione per talenti eccezionali (EB‑1 ed EB‑2) e per investitori (EB‑5). Trump l’aveva definita «un green card sotto steroidi», suggerendo anche una quotazione iniziale di cinque milioni. L’iniziativa si inseriva nella strategia di attrarre «persone di altissimo livello», secondo l’ottica di Washington, in un momento in cui l’amministrazione inaspriva la retorica contro l’immigrazione irregolare.

Quella che doveva essere una corsa all’oro si è però trasformata in un percorso a ostacoli. Secondo quanto spiegato da Lutnick, il dipartimento per la Sicurezza interna ha messo a punto solo di recente l’iter definitivo, sottoponendo i candidati a «verifiche estremamente approfondite» che includono anche un contributo di 15 mila dollari per l’istruttoria. Da Bruxelles, dove da anni si osservano con attenzione i programmi di cittadinanza per investimento, si rileva con una certa ironia il contrasto tra l’enfasi trumpiana e la realtà: l’Unione europea ha progressivamente stretto le maglie contro i «visti d’oro» per timori legati al riciclaggio e alla sicurezza, proprio mentre gli Stati Uniti tentavano di lanciare il loro prodotto più esclusivo, finendo però invischiati in procedure che azzoppano la promessa di immediatezza.

Guardando al resto del mondo, lo scetticismo traspare anche dagli organi di stampa di Mosca e Pechino. I media russi sottolineano come in cinque mesi la «carta d’oro» sia rimasta pressoché inutilizzata, segnalando che i capitali russi e cinesi, a lungo corteggiati dall’amministrazione, sembrano prendere tempo. Negli Emirati Arabi, dove i programmi di residenza per investitori hanno trovato terreno fertile, la cautela con cui i potenziali acquirenti del Golfo valutano il visto americano riflette un calcolo più attento: la stabilità geopolitica e i vincoli normativi contano, talvolta, più del passaporto.

Per l’Italia e l’Europa, la vicenda ha il sapore di un paradosso istruttivo. Mentre Roma mantiene un investor visa (da 500 mila euro in titoli di Stato) e regimi fiscali agevolati per i nuovi residenti, il fallimento – almeno iniziale – della gold card statunitense dimostra che il mercato globale dei visti per ricchi non risponde soltanto al prezzo. La reputazione del paese ospitante, la prevedibilità delle regole e la rapidità dell’iter sono variabili decisive. In questo senso, l’offerta europea, pur oggetto di revisione, conserva un vantaggio competitivo che la propaganda non basta a scalfire.

Il futuro dell’iniziativa dipenderà dalla capacità di sbloccare l’arretrato di centinaia di pratiche. Se le approvazioni arriveranno in blocco, Lutnick potrà rivendicare un successo postumo; se invece la lentezza persisterà, la «gold card» rischia di restare un costoso simbolo di un’America che promette più di quanto riesca a mantenere, mentre altrove si afferma un approccio meno spettacolare ma più concreto alla mobilità dei patrimoni.

Ultim'ora
L'Iran convoca in tribunale il chierico legato ai Khamenei dopo le dichiarazioni sovversive·La Groenlandia ammonisce la società petrolifera legata a Trump per le trivellazioni nell'Artico·Zelenskyy a Belgrado: Vucic promette aiuti all’Ucraina e sostegno al percorso europeo·Everest, dopo 30 anni il corpo del 'Green Boots' potrebbe essere recuperato·GIIAS 2026: l'elettrificazione accelera, il governo esclude nuovi incentivi per le ibride·Chelsea travolge il Milan 3-0 a Jakarta, doppietta di João Pedro·Mendoza, due Suv precipitano da un viadotto: un morto e diversi feriti·La UEFA conferma il pagamento, Infantino nega: bufera sul presidente FIFA·L'Iran convoca in tribunale il chierico legato ai Khamenei dopo le dichiarazioni sovversive·La Groenlandia ammonisce la società petrolifera legata a Trump per le trivellazioni nell'Artico·Zelenskyy a Belgrado: Vucic promette aiuti all’Ucraina e sostegno al percorso europeo·Everest, dopo 30 anni il corpo del 'Green Boots' potrebbe essere recuperato·GIIAS 2026: l'elettrificazione accelera, il governo esclude nuovi incentivi per le ibride·Chelsea travolge il Milan 3-0 a Jakarta, doppietta di João Pedro·Mendoza, due Suv precipitano da un viadotto: un morto e diversi feriti·La UEFA conferma il pagamento, Infantino nega: bufera sul presidente FIFA·
Agg. 22:103 lingue · 11 testate
11 testate|3 lingue|3 min lettura
venerdì 24 aprile 2026

La Golden Card americana si inceppa: un solo sì in cinque mesi

Il piano di Washington di monetizzare il soggiorno negli Stati Uniti con una «carta d’oro» da un milione di dollari è partito, per ora, con il freno a mano tirato. In un’udienza al Congresso il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso che soltanto una persona ha ottenuto l’agognato permesso, benché «centinaia» di domande siano in attesa di esame. L’imbarazzo è palpabile, perché lo stesso Lutnick, a dicembre, accanto a Donald Trump che brandiva una riproduzione dorata del documento, aveva dichiarato di aver già «venduto» tessere per un miliardo e trecento milioni di dollari – una cifra che oggi appare frutto di un clamoroso malinteso, se non di un annuncio propagandistico.

La «gold card» era stata presentata come un visto di residenza permanente per stranieri disposti a versare almeno un milione di dollari direttamente nelle casse governative, scavalcando le tradizionali categorie di immigrazione per talenti eccezionali (EB‑1 ed EB‑2) e per investitori (EB‑5). Trump l’aveva definita «un green card sotto steroidi», suggerendo anche una quotazione iniziale di cinque milioni. L’iniziativa si inseriva nella strategia di attrarre «persone di altissimo livello», secondo l’ottica di Washington, in un momento in cui l’amministrazione inaspriva la retorica contro l’immigrazione irregolare.

Quella che doveva essere una corsa all’oro si è però trasformata in un percorso a ostacoli. Secondo quanto spiegato da Lutnick, il dipartimento per la Sicurezza interna ha messo a punto solo di recente l’iter definitivo, sottoponendo i candidati a «verifiche estremamente approfondite» che includono anche un contributo di 15 mila dollari per l’istruttoria. Da Bruxelles, dove da anni si osservano con attenzione i programmi di cittadinanza per investimento, si rileva con una certa ironia il contrasto tra l’enfasi trumpiana e la realtà: l’Unione europea ha progressivamente stretto le maglie contro i «visti d’oro» per timori legati al riciclaggio e alla sicurezza, proprio mentre gli Stati Uniti tentavano di lanciare il loro prodotto più esclusivo, finendo però invischiati in procedure che azzoppano la promessa di immediatezza.

Guardando al resto del mondo, lo scetticismo traspare anche dagli organi di stampa di Mosca e Pechino. I media russi sottolineano come in cinque mesi la «carta d’oro» sia rimasta pressoché inutilizzata, segnalando che i capitali russi e cinesi, a lungo corteggiati dall’amministrazione, sembrano prendere tempo. Negli Emirati Arabi, dove i programmi di residenza per investitori hanno trovato terreno fertile, la cautela con cui i potenziali acquirenti del Golfo valutano il visto americano riflette un calcolo più attento: la stabilità geopolitica e i vincoli normativi contano, talvolta, più del passaporto.

Per l’Italia e l’Europa, la vicenda ha il sapore di un paradosso istruttivo. Mentre Roma mantiene un investor visa (da 500 mila euro in titoli di Stato) e regimi fiscali agevolati per i nuovi residenti, il fallimento – almeno iniziale – della gold card statunitense dimostra che il mercato globale dei visti per ricchi non risponde soltanto al prezzo. La reputazione del paese ospitante, la prevedibilità delle regole e la rapidità dell’iter sono variabili decisive. In questo senso, l’offerta europea, pur oggetto di revisione, conserva un vantaggio competitivo che la propaganda non basta a scalfire.

Il futuro dell’iniziativa dipenderà dalla capacità di sbloccare l’arretrato di centinaia di pratiche. Se le approvazioni arriveranno in blocco, Lutnick potrà rivendicare un successo postumo; se invece la lentezza persisterà, la «gold card» rischia di restare un costoso simbolo di un’America che promette più di quanto riesca a mantenere, mentre altrove si afferma un approccio meno spettacolare ma più concreto alla mobilità dei patrimoni.

Divergenza delle fonti

— · 11 testate · 3 lingue

0%Bassa

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Questa notizia è apparsa su

11 testate · 3 lingue

Allarga lo sguardo

Da Geopolitics & Politics

Il Senato Usa approva sanzioni dure contro Mosca e Teheran, ora la Camera

6 lingue · 36 testate

Da Economy & Markets

Dazi USA del 15% sul polisilicio: la mossa di Trump per contrastare il dominio cinese

4 lingue · 16 testate

Da Technology

Passeggiata spaziale sulla Iss per preparare i nuovi pannelli solari Irosa

3 lingue · 7 testate

Leggi di più