
La Golden Card americana si inceppa: un solo sì in cinque mesi
Il piano di Washington di monetizzare il soggiorno negli Stati Uniti con una «carta d’oro» da un milione di dollari è partito, per ora, con il freno a mano tirato. In un’udienza al Congresso il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso che soltanto una persona ha ottenuto l’agognato permesso, benché «centinaia» di domande siano in attesa di esame. L’imbarazzo è palpabile, perché lo stesso Lutnick, a dicembre, accanto a Donald Trump che brandiva una riproduzione dorata del documento, aveva dichiarato di aver già «venduto» tessere per un miliardo e trecento milioni di dollari – una cifra che oggi appare frutto di un clamoroso malinteso, se non di un annuncio propagandistico.
La «gold card» era stata presentata come un visto di residenza permanente per stranieri disposti a versare almeno un milione di dollari direttamente nelle casse governative, scavalcando le tradizionali categorie di immigrazione per talenti eccezionali (EB‑1 ed EB‑2) e per investitori (EB‑5). Trump l’aveva definita «un green card sotto steroidi», suggerendo anche una quotazione iniziale di cinque milioni. L’iniziativa si inseriva nella strategia di attrarre «persone di altissimo livello», secondo l’ottica di Washington, in un momento in cui l’amministrazione inaspriva la retorica contro l’immigrazione irregolare.
Quella che doveva essere una corsa all’oro si è però trasformata in un percorso a ostacoli. Secondo quanto spiegato da Lutnick, il dipartimento per la Sicurezza interna ha messo a punto solo di recente l’iter definitivo, sottoponendo i candidati a «verifiche estremamente approfondite» che includono anche un contributo di 15 mila dollari per l’istruttoria. Da Bruxelles, dove da anni si osservano con attenzione i programmi di cittadinanza per investimento, si rileva con una certa ironia il contrasto tra l’enfasi trumpiana e la realtà: l’Unione europea ha progressivamente stretto le maglie contro i «visti d’oro» per timori legati al riciclaggio e alla sicurezza, proprio mentre gli Stati Uniti tentavano di lanciare il loro prodotto più esclusivo, finendo però invischiati in procedure che azzoppano la promessa di immediatezza.
Guardando al resto del mondo, lo scetticismo traspare anche dagli organi di stampa di Mosca e Pechino. I media russi sottolineano come in cinque mesi la «carta d’oro» sia rimasta pressoché inutilizzata, segnalando che i capitali russi e cinesi, a lungo corteggiati dall’amministrazione, sembrano prendere tempo. Negli Emirati Arabi, dove i programmi di residenza per investitori hanno trovato terreno fertile, la cautela con cui i potenziali acquirenti del Golfo valutano il visto americano riflette un calcolo più attento: la stabilità geopolitica e i vincoli normativi contano, talvolta, più del passaporto.
Per l’Italia e l’Europa, la vicenda ha il sapore di un paradosso istruttivo. Mentre Roma mantiene un investor visa (da 500 mila euro in titoli di Stato) e regimi fiscali agevolati per i nuovi residenti, il fallimento – almeno iniziale – della gold card statunitense dimostra che il mercato globale dei visti per ricchi non risponde soltanto al prezzo. La reputazione del paese ospitante, la prevedibilità delle regole e la rapidità dell’iter sono variabili decisive. In questo senso, l’offerta europea, pur oggetto di revisione, conserva un vantaggio competitivo che la propaganda non basta a scalfire.
Il futuro dell’iniziativa dipenderà dalla capacità di sbloccare l’arretrato di centinaia di pratiche. Se le approvazioni arriveranno in blocco, Lutnick potrà rivendicare un successo postumo; se invece la lentezza persisterà, la «gold card» rischia di restare un costoso simbolo di un’America che promette più di quanto riesca a mantenere, mentre altrove si afferma un approccio meno spettacolare ma più concreto alla mobilità dei patrimoni.
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