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venerdì 24 aprile 2026

La valvola della Druzhba si riapre sull’Europa: Mosca blocca il transito kazako, Berlino cerca una sponda

È un gesto che paralizza, ancora una volta, il cuore energetico dell’Europa orientale. A partire dal primo maggio la Russia interromperà il transito del petrolio kazako attraverso l’oleodotto Druzhba verso la Germania. L’annuncio, confermato dal vicepremier russo Aleksandr Novak e dalla compagnia di bandiera kazaka KazTransOil – che ha già escluso spedizioni per il mese di maggio – ha fatto precipitare nel vuoto le certezze della raffineria PCK di Schwedt, nel Brandeburgo, impianto da cui dipendono i rifornimenti di carburante di Berlino, di gran parte dei Länder orientali e di una porzione della Polonia occidentale. Centinaia di lavoratori sono tornati a sentirsi, come ha raccontato il presidente del consiglio di fabbrica Danny Ruthenburg, «pedine di una geopolitica in cui si scivola di crisi in crisi».

Secondo fonti di Mosca, l’interruzione è una risposta tecnica a problemi di pompaggio, ma l’interpretazione prevalente a Berlino e nelle cancellerie europee è che il Cremlino stia usando ancora il flusso di idrocarburi come leva strategica. L’obiettivo, si legge nelle analisi raccolte dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, sarebbe indurre il governo federale tedesco a esercitare pressioni su Kiev affinché cessino i raid di droni contro i terminal petroliferi russi nel Mar Nero e nel Baltico. Nessuna conferma ufficiale, ma la tempistica – a pochi giorni dal voto del Bundestag su nuovi sussidi per i carburanti e con la coalizione di Friedrich Merz ancora in rodaggio – rende il ricatto tanto più credibile. D’altro canto, organi di stampa ungheresi come Origo leggono la mossa come una ritorsione rispetto al rifiuto di Berlino di importare greggio russo dopo l’embargo, che aveva reso indispensabile il petrolio kazako veicolato proprio dalla Druzhba.

Per Nur-Sultan, ora Astana, la partita è meno drammatica di quanto appaia vista dall’Europa. Il presidente di Transneft, Nikolaj Tokarev, ha ricordato che «per i volumi kazaki le opzioni sono molteplici: il Consorzio del Caspio, il Baltico, il Mar Nero». E in effetti i quantitativi in gioco – circa tre milioni di tonnellate all’anno – non sono tali da mettere in crisi l’export della repubblica centroasiatica, che può dirottare le proprie consegne verso altri corridoi. L’affanno, piuttosto, è tutto europeo: per la Germania quegli stessi volumi rappresentano la linfa vitale di Schwedt, un impianto che l’Agenzia federale tedesca per l’energia ha cercato faticosamente di approvvigionare con rotte alternative via Danzica e Rostock, mai però in grado di garantire la piena capacità operativa.

Da Bruxelles lo sguardo è duplice. Da un lato l’ennesima interruzione viene rubricata come la conferma che la Federazione Russa non può più essere considerata un partner affidabile per il transito di materie prime, nemmeno quando si limita a ospitare flussi di Paesi terzi. Dall’altro, l’Unione è consapevole che la raffineria di Schwedt – già salvata dal commissariamento governativo e da pacchetti di aiuti di Stato – resta il simbolo di una transizione energetica incompiuta, in cui la dipendenza dalle infrastrutture sovietiche non è stata ancora sciolta del tutto. La Commissione monitora la situazione, ma il margine di intervento diretto è esiguo.

La tensione si riflette nella politica interna tedesca. Thomas Schulze, copresidente della sezione sassone-anhaltina del partito di Sarah Wagenknecht, ha pubblicamente esortato il cancelliere Merz a prendere il telefono e discutere personalmente con Vladimir Putin un nuovo accordo a lungo termine per la fornitura di greggio. L’appello, clamoroso nella forma, rivela in controluce l’ansia di un territorio che dalla fine della Guerra Fredda non ha mai smesso di dipendere dalle molecole russe e che oggi teme una nuova, asfissiante impennata dei prezzi alla pompa. Mentre Mosca ribadisce che il rubinetto resterà chiuso finché mancheranno le “condizioni tecniche”, la vera incognita è quanto a lungo l’Europa potrà permettersi di trattare l’energia come un problema del passato. Perché ogni blocco della Druzhba ricorda che la partita energetica, oltre i proclami, si gioca ancora sulla pelle dei lavoratori di Schwedt e sulla capacità del Continente di trovare, una volta per tutte, una soluzione strutturale.

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La valvola della Druzhba si riapre sull’Europa: Mosca blocca il transito kazako, Berlino cerca una sponda

È un gesto che paralizza, ancora una volta, il cuore energetico dell’Europa orientale. A partire dal primo maggio la Russia interromperà il transito del petrolio kazako attraverso l’oleodotto Druzhba verso la Germania. L’annuncio, confermato dal vicepremier russo Aleksandr Novak e dalla compagnia di bandiera kazaka KazTransOil – che ha già escluso spedizioni per il mese di maggio – ha fatto precipitare nel vuoto le certezze della raffineria PCK di Schwedt, nel Brandeburgo, impianto da cui dipendono i rifornimenti di carburante di Berlino, di gran parte dei Länder orientali e di una porzione della Polonia occidentale. Centinaia di lavoratori sono tornati a sentirsi, come ha raccontato il presidente del consiglio di fabbrica Danny Ruthenburg, «pedine di una geopolitica in cui si scivola di crisi in crisi».

Secondo fonti di Mosca, l’interruzione è una risposta tecnica a problemi di pompaggio, ma l’interpretazione prevalente a Berlino e nelle cancellerie europee è che il Cremlino stia usando ancora il flusso di idrocarburi come leva strategica. L’obiettivo, si legge nelle analisi raccolte dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, sarebbe indurre il governo federale tedesco a esercitare pressioni su Kiev affinché cessino i raid di droni contro i terminal petroliferi russi nel Mar Nero e nel Baltico. Nessuna conferma ufficiale, ma la tempistica – a pochi giorni dal voto del Bundestag su nuovi sussidi per i carburanti e con la coalizione di Friedrich Merz ancora in rodaggio – rende il ricatto tanto più credibile. D’altro canto, organi di stampa ungheresi come Origo leggono la mossa come una ritorsione rispetto al rifiuto di Berlino di importare greggio russo dopo l’embargo, che aveva reso indispensabile il petrolio kazako veicolato proprio dalla Druzhba.

Per Nur-Sultan, ora Astana, la partita è meno drammatica di quanto appaia vista dall’Europa. Il presidente di Transneft, Nikolaj Tokarev, ha ricordato che «per i volumi kazaki le opzioni sono molteplici: il Consorzio del Caspio, il Baltico, il Mar Nero». E in effetti i quantitativi in gioco – circa tre milioni di tonnellate all’anno – non sono tali da mettere in crisi l’export della repubblica centroasiatica, che può dirottare le proprie consegne verso altri corridoi. L’affanno, piuttosto, è tutto europeo: per la Germania quegli stessi volumi rappresentano la linfa vitale di Schwedt, un impianto che l’Agenzia federale tedesca per l’energia ha cercato faticosamente di approvvigionare con rotte alternative via Danzica e Rostock, mai però in grado di garantire la piena capacità operativa.

Da Bruxelles lo sguardo è duplice. Da un lato l’ennesima interruzione viene rubricata come la conferma che la Federazione Russa non può più essere considerata un partner affidabile per il transito di materie prime, nemmeno quando si limita a ospitare flussi di Paesi terzi. Dall’altro, l’Unione è consapevole che la raffineria di Schwedt – già salvata dal commissariamento governativo e da pacchetti di aiuti di Stato – resta il simbolo di una transizione energetica incompiuta, in cui la dipendenza dalle infrastrutture sovietiche non è stata ancora sciolta del tutto. La Commissione monitora la situazione, ma il margine di intervento diretto è esiguo.

La tensione si riflette nella politica interna tedesca. Thomas Schulze, copresidente della sezione sassone-anhaltina del partito di Sarah Wagenknecht, ha pubblicamente esortato il cancelliere Merz a prendere il telefono e discutere personalmente con Vladimir Putin un nuovo accordo a lungo termine per la fornitura di greggio. L’appello, clamoroso nella forma, rivela in controluce l’ansia di un territorio che dalla fine della Guerra Fredda non ha mai smesso di dipendere dalle molecole russe e che oggi teme una nuova, asfissiante impennata dei prezzi alla pompa. Mentre Mosca ribadisce che il rubinetto resterà chiuso finché mancheranno le “condizioni tecniche”, la vera incognita è quanto a lungo l’Europa potrà permettersi di trattare l’energia come un problema del passato. Perché ogni blocco della Druzhba ricorda che la partita energetica, oltre i proclami, si gioca ancora sulla pelle dei lavoratori di Schwedt e sulla capacità del Continente di trovare, una volta per tutte, una soluzione strutturale.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

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