
Washington archivia l’indagine su Powell: ecco perché la decisione ridisegna gli equilibri globali
La decisione del Dipartimento di Giustizia americano di archiviare l’indagine penale sul presidente della Federal Reserve Jerome Powell segna uno spartiacque che va ben oltre i marmi dell’Eccles Building. La procuratrice federale per il Distretto di Columbia, Jeanine Pirro, ha comunicato venerdì la chiusura del fascicolo sui presunti costi gonfiati nella ristrutturazione della sede della banca centrale, precisando di aver demandato la verifica all’Ispettorato generale della Fed e di non escludere una riapertura del caso qualora emergano fatti nuovi. La mossa rimuove l’ultimo ostacolo politico-giudiziario alla conferma di Kevin Warsh, l’ex governatore scelto a gennaio da Donald Trump per sostituire Powell, aprendo di fatto una fase di transizione ai vertici della politica monetaria americana.
L’archiviazione non cancella il sospetto, coltivato tanto nei palazzi di Washington quanto nelle cancellerie europee, che l’intera inchiesta rappresentasse la più esplicita pressione mai esercitata da un presidente in carica sull’indipendenza della banca centrale. Già settimane fa, durante un’udienza in tribunale, gli stessi legali dell’accusa avevano ammesso di non aver rinvenuto alcuna prova di reato. Secondo gli analisti di Bruxelles, il tentativo di forzare la mano alla Fed perché tagliasse i tassi a breve termine – in piena campagna elettorale – ha evocato spettri che l’Europa conosce bene: la sottomissione della politica monetaria al ciclo politico, con conseguenze potenzialmente drammatiche per la stabilità dei prezzi e la credibilità delle istituzioni.
Dall’altra sponda dell’Atlantico, la lettura assume contorni differenti. Nei mercati latinoamericani, dove l’alternarsi di fasi di tassi bassi e stretta monetaria americana è il vero termometro della stabilità finanziaria, la notizia è stata accolta con un misto di sollievo e cautela. Gli operatori di Buenos Aires, in una fase delicata del negoziato con il Fondo Monetario Internazionale, interpretano la discontinuità che Warsh potrebbe imprimere – più accomodante di Powell sul fronte dell’inflazione – come un fattore capace di alleggerire, almeno nel breve, la pressione sui debiti emergenti e sul costo del dollaro. Un’illusione ottica, avvertono tuttavia i più prudenti, perché la Fed resta una creatura del suo mandato e non del suo padrone politico.
Anche l’ottica di Tokyo aggiunge un tassello essenziale. Nei corridoi del governo giapponese e della Banca del Giappone si osserva con attenzione la partita per la guida della Fed, consapevoli che un’accelerazione del taglio dei tassi americani rischierebbe di alimentare un nuovo, repentino apprezzamento dello yen, con effetti deflattivi indesiderati per un’economia ancora fragile. La chiarezza sulla successione a Powell viene dunque letta come un elemento di prevedibilità che le economie export-oriented dell’Asia orientale preferiscono a qualsiasi colpo di scena.
Per l’Italia e per l’Eurozona il nodo è duplice. Da un lato, la nomina di Warsh potrebbe modificare il ritmo della convergenza tra il costo del denaro nelle due sponde dell’Atlantico, influenzando le scelte della Banca Centrale Europea in una fase in cui Francoforte si prepara a una pausa del ciclo restrittivo. Dall’altro, il precedente di una Fed sotto assedio politico viene studiato con malcelata inquietudine dai custodi dell’indipendenza dell’Eurotower, in un momento in cui anche nel Vecchio Continente non mancano spinte a piegare la politica monetaria a interessi di parte. I Btp, ben che vada, potrebbero godere di un contesto di tassi globali più morbidi; ma il prezzo da pagare potrebbe essere una più generale delegittimazione delle autorità monetarie indipendenti.
La strada che si apre è carica di incognite. Warsh, sostenitore di una governance interna alla Fed meno assertiva del suo predecessore e storicamente critico verso l’eccessiva espansione dei bilanci, incarna una visione che combina ortodossia monetaria e sensibilità politica. L’accelerazione della sua conferma al Senato chiuderà formalmente la lunga stagione di Jerome Powell, segnata dalla pandemia e dal relativo diluvio di liquidità. Ma il vero interrogativo è se il passaggio di consegne suggellerà un ritorno alla normalità nel rapporto tra Casa Bianca e banca centrale, oppure se inaugurerà una nuova, pericolosa fase in cui l’autonomia delle istituzioni di controllo economico resterà sullo sfondo, come la carta intestata di un’indagine che non si sarebbe mai dovuta aprire.
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