
Washington congela i fondi petroliferi iracheni per costringere Baghdad a smantellare le milizie filo-iraniane
In una decisiva stretta della pressione su Baghdad, gli Stati Uniti hanno sospeso l'invio di fondi all'Iraq, congelando quasi 500 milioni di dollari provenienti dalle vendite di petrolio e bloccando programmi di cooperazione militare. Secondo fonti ufficiali, questa è la seconda volta dall'inizio del conflitto con l'Iran che Washington ricorre a tale misura, utilizzando il controllo sui ricavi petroliferi iracheni depositati presso la Federal Reserve di New York come leva strategica per indebolire le milizie pro-iraniane, ritenute responsabili di attacchi contro interessi americani.
Dal punto di vista storico, il controllo finanziario statunitense risale all'invasione del 2003, quando gli accordi post-bellici conferirono a Washington la gestione delle entrate petrolifere irachene. Oggi, tale meccanismo si trasforma in un'arma per costringere il governo iracheno a disarticolare le milizie sostenute da Teheran, in un gioco di potere che vede Baghdad stretto tra due fuochi. L'ottica di Pechino e Mosca, critiche verso l'unilateralismo americano, interpreta questa mossa come un'ulteriore prova dell'ingerenza di Washington negli affari regionali, rischiando di alimentare nuove frizioni geopolitiche.
Per l'Iraq, la sospensione dei fondi rappresenta una crisi economica e politica acuta, poiché il paese dipende da quelle risorse per il funzionamento dello stato e il pagamento degli stipendi pubblici. Secondo analisti di Bruxelles, la mossa americana rischia di destabilizzare ulteriormente un paese già fragile, con ripercussioni sulla sicurezza regionale e sui flussi migratori verso l'Europa. L'Italia, con i suoi interessi energetici e di stabilizzazione nel Mediterraneo, monitora con preoccupazione l'evolversi della situazione, consapevole che un Iraq instabile minaccia gli approvvigionamenti di greggio e potrebbe innescare nuove rotte di migrazione irregolare.
L'impatto sull'Europa è diretto: una nuova instabilità in Iraq potrebbe compromettere le forniture energetiche e innescare ondate migratorie, sfide che l'Unione Europea fatica a gestire. Inoltre, l'escalation tra Washington e Teheran, con Baghdad come campo di battaglia, mina gli sforzi diplomatici europei per preservare l'accordo nucleare iraniano e contenere le tensioni, lasciando l'UE in una posizione di marginalità strategica. Da Roma a Berlino, si teme che la pressione finanziaria americana, se non calibrata, possa erodere la già precaria sovranità irachena.
In prospettiva, la strategia americana potrebbe ottenere qualche concessione da Baghdad, ma rischia anche di spingere l'Iraq più vicino all'Iran, se il governo iracheno percepisce la pressione finanziaria come un'umiliazione. Gli analisti avvertono che il collasso economico iracheno aprirebbe spazi per estremismi e conflitti settari, con effetti a catena su tutto il Medio Oriente. Per Washington e i suoi alleati, tra cui l'Italia, la sfida sarà bilanciare la pressione militare con sostegno economico per evitare un vuoto di potere esiziale, mentre l'Europa dovrà ridefinire il suo ruolo in uno scacchiere sempre più polarizzato.
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