
A Damasco il primo processo pubblico ai carnefici di Assad: Najib in aula, il rais latitante
La giustizia siriana ha mosso domenica il suo primo passo concreto sulla strada della transizione, con l'apertura del procedimento contro Atef Najib, cugino dell'ex presidente Bashar al-Assad ed ex capo della Sicurezza politica a Daraa. Ammanettato e scortato nel palazzo di giustizia della capitale, Najib è comparso davanti al giudice Fakhr al-Din al-Aryan per rispondere di «crimini contro il popolo siriano»: è la prima udienza pubblica di un percorso che punta a fare i conti con mezzo secolo di dominio familiare e tredici anni di guerra atroce. Accanto a lui, sebbene in contumacia, la corte ha avviato formalmente le procedure anche per lo stesso Bashar e per suo fratello Maher, entrambi rifugiati all'estero dopo il crollo del regime. Per un Paese che ha visto oltre cinquecentomila morti e milioni di sfollati, l'evento ha un valore simbolico che travalica i confini nazionali, richiamando l'attenzione di capitali arabe e occidentali che ne misurano il potenziale impatto sulla stabilità regionale e sui flussi migratori verso l'Europa.
Il procedimento ruota attorno a un episodio divenuto emblema dell'insurrezione del 2011: l'arresto e la tortura di un gruppo di adolescenti rei di aver scritto slogan contro il governo sui muri di una scuola di Daraa. Najib, allora comandante del temuto reparto di sicurezza politica nella provincia meridionale, ne ordinò la repressione feroce, innescando la spirale di proteste e violenze che avrebbe dissanguato la Siria. In prima fila, nell'aula del tribunale, sedevano i familiari delle vittime, alcuni dei quali – come raccontano testimonianze raccolte dalla stampa israeliana e araba – chiedono apertamente la pena di morte. Una richiesta che, per quanto comprensibile nel clima emotivo del dopoguerra, cozza con la sensibilità giuridica europea: in molti osservatori di Bruxelles e nelle cancellerie del continente si insiste perché il processo rispetti standard internazionali e non si trasformi in una vendetta sommaria, condizione essenziale perché l'Unione Europea possa sostenere finanziariamente la ricostruzione e favorire il ritorno dei rifugiati che oggi premono sulle coste italiane.
Dal Medio Oriente, invece, lo sguardo è duplice. Le monarchie del Golfo, che hanno progressivamente riallacciato i rapporti con Damasco, interpretano questa mossa come un segnale di volontà riformatrice da parte delle nuove autorità, utile a sbloccare crediti e investimenti. L'ottica di Pechino, che ha sempre sostenuto il principio di non ingerenza, segue con discrezione l'evolversi del processo, valutando se la stabilità post-Assad possa rendere più sicuri i corridoi della Belt and Road. Il vero banco di prova, secondo analisti mediorientali e nordafricani, sarà la capacità del tribunale di cumulare prove documentali e testimonianze senza cedere a pressioni faziose: già si moltiplicano gli appelli affinché vengano incriminati anche i responsabili internazionali dei bombardamenti e dell'uso di armi chimiche, un capitolo che potrebbe coinvolgere potenze straniere e allargare il processo ben oltre i confini siriani.
La giustizia di transizione, del resto, si muove sempre su un crinale scivoloso: deve soddisfare il bisogno di verità e riparazione delle vittime, ma al tempo stesso disarmare il circuito perverso della vendetta settaria che ha dilaniato il tessuto sociale. Il rischio, notano gli analisti libanesi e iracheni che hanno vissuto esperienze analoghe in contesti di frammentazione confessionale, è che il processo a Najib resti un episodio isolato, incapace di scalfire le strutture di potere riconvertitesi dopo la caduta del regime. Per l'Italia e per l'Europa, che hanno un interesse diretto alla stabilizzazione del quadrante – dal contenimento dei traffici di esseri umani alla prevenzione del terrorismo – la partita è duplice: incoraggiare legalità e diritti umani affinché la Siria non torni a essere una polveriera, ma farlo con la consapevolezza che solo un percorso giudiziario autenticamente indipendente, e non un ribaltamento di vendette, potrà offrire a Damasco una pace duratura.
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