
Nuova strage nel Pacifico: la controversa campagna antidroga di Washington non si ferma
Tre morti in un attacco statunitense a un presunto natante di narcotrafficanti nel Pacifico orientale. Il bilancio sale ad almeno 191 vittime dall’inizio della campagna.
L’esercito degli Stati Uniti ha colpito ancora. Martedì, nel Pacifico orientale, un’operazione militare ordinata dal generale Francis L. Donovan, comandante del Southern Command, ha ucciso tre uomini a bordo di un’imbarcazione sospettata di trasportare droga. L’attacco è arrivato a ventiquattr’ore di distanza da un altro raid nel Mar dei Caraibi, costato la vita a due persone. Il bilancio complessivo della campagna lanciata dall’amministrazione Trump lo scorso settembre sale così ad almeno 191 morti, secondo un conteggio dell’Afp ripreso da diverse agenzie internazionali. Le giustificazioni fornite da Washington sono sempre le stesse: la nave «seguiva rotte note del narcotraffico» ed era gestita da «organizzazioni terroristiche designate», senza che finora siano state rese pubbliche prove concrete del carico o della pericolosità degli occupanti.
Dal punto di vista degli analisti di Bruxelles, questa escalation solleva interrogativi sempre più pressanti sulla legalità delle cosiddette «strikes letali» in acque internazionali. Se per il Pentagono si tratta di un’azione legittima di contrasto al narcoterrorismo, per molti osservatori europei il ricorso sistematico alla forza senza un mandato giudiziario né un controllo indipendente sui bersagli rischia di trasformare l’operazione in una scia di esecuzioni extragiudiziali. L’Italia, che condivide con gli Stati Uniti importanti rotte di intelligence nel Mediterraneo e in Atlantico, segue con cautela queste dinamiche: il governo di Roma, pur riconoscendo la necessità di combattere il traffico di stupefacenti, ha più volte sottolineato in sede Onu l’importanza di rispettare il diritto internazionale e di non sostituire la polizia con i bombardamenti.
L’ottica di Pechino, invece, legge queste incursioni come un’ulteriore prova della volontà statunitense di proiettare la propria potenza militare nell’emisfero occidentale, in un momento in cui le attenzioni del mondo sono concentrate altrove – dal conflitto in Iran alle tensioni nello stretto di Taiwan. Per Caracas e per altri governi latinoamericani, la retorica di Washington è solo una copertura per operazioni unilaterali che violano la sovranità nazionale. Il Venezuela ha già respinto con forza la tesi americana, denunciando quella che definisce una «caccia all’uomo» senza controllo. Nel frattempo, le immagini declassificate diffuse dal Southcom mostrano esplosioni su imbarcazioni leggere, ma non forniscono elementi per verificare l’effettivo coinvolgimento delle vittime nel traffico di droga.
Guardando al futuro, la domanda che si pongono gli analisti di Roma e di Parigi è se questa campagna possa davvero indebolire i cartelli o finisca per alimentare un ciclo di violenza e risentimento. Il numero di morti cresce, ma i flussi di cocaina verso l’Europa non accennano a diminuire. La strategia di Trump – che prosegue nonostante i riflettori siano puntati sul Medio Oriente – sembra puntare più sull’effetto deterrente che sull’efficacia reale. Tuttavia, senza un quadro giuridico condiviso e senza il coinvolgimento delle istituzioni locali, queste operazioni rischiano di diventare un boomerang per la stessa credibilità americana. La comunità internazionale, nel silenzio dei grandi forum, osserva e attende che il prossimo raid porti con sé non solo altre vittime, ma finalmente un dibattito serio sulle regole di ingaggio in mare aperto.
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