
Cina, manifattura in stallo: l’ombra della guerra iraniana sull’economia globale
Il PMI manifatturiero cinese scende a 50 a maggio, tra ordini in calo e costi crescenti. L’industria dei giocattoli in crisi, mentre i servizi tengono. L’incertezza globale frena la ripresa.
L’indice PMI manifatturiero cinese, sceso a 50 a maggio, segnala una vulnerabilità che va oltre i confini di Pechino. Il dato ufficiale mostra nuovi ordini in contrazione (49,9) e costi in aumento, mentre i magazzini si svuotano. Secondo gli analisti occidentali, la frenata è legata all’onda lunga del conflitto in Iran, che disturba le catene di approvvigionamento energetico e logistico.
La crisi colpisce con durezza settori labour-intensive come i giocattoli. Da fonti del Sud-est asiatico emerge un quadro drammatico: ordini in calo del 50%, costi di trasporto alle stelle e chiusure di fabbriche. Il colosso Washing Toys Group ha spento quattro stabilimenti a Yulin, nel Guangxi, innescando licenziamenti di massa e proteste operaie. Non si tratta di un caso isolato: dall’inizio del 2025, numerosi produttori hanno gettato la spugna.
Eppure, il settore dei servizi mostra vitalità, con un PMI a 50,3 – massimo da nove mesi – a riprova che la strategia di Pechino di puntare su consumi interni e alta tecnologia sta dando frutti. Questa resilienza compensa solo in parte la debolezza delle fabbriche, alimentando una crescita squilibrata.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la contrazione della domanda cinese rappresenta un doppio rischio: frena le esportazioni del made in Italy (meccanica, lusso) e strozza le forniture di componenti e prodotti finiti, dai giocattoli all’elettronica, con spinte inflattive che le banche centrali faticano a contenere. Bruxelles guarda con preoccupazione a una crisi nata in Medio Oriente ma capace di propagarsi attraverso il commercio globale.
Guardando avanti, la capacità della Cina di attutire lo shock dipenderà dalla fine del conflitto iraniano e dalla tenuta del mercato interno. La transizione dall’export a servizi e tecnologia è inevitabile, ma irta di ostacoli sociali e geopolitici. Fino a quando il petrolio resterà un’arma e le rotte mediorientali saranno a rischio, l’economia mondiale danzerà sull’orlo di un equilibrio precario.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa sud-est asiatica | −0.60 | critical |
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.20 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.30 | critical |
A maggio l'industria manifatturiera cinese ha perso vigore, con il PMI ufficiale in calo a 50 punti. Il dato segnala un'attività stagnante dopo il 50,3 di aprile, confermando i timori di un raffreddamento economico.
L'industria cinese dei giocattoli è travolta dalla crisi: ordini in calo del 50%, costi alle stelle e la guerra in Medio Oriente spezza le catene di fornitura. Quattro fabbriche del gruppo Washing Toys chiudono a Yulin, scatenando licenziamenti di massa e proteste operaie.
L'attività manifatturiera cinese ristagna a maggio, schiacciata da domanda debole e costi in aumento, facendo temere una perdita di slancio. Tuttavia, il settore dei servizi sale a 50,3, massimo da nove mesi, segno che la strategia di Pechino per espandere i servizi sta dando frutti, mentre l'alta tecnologia offre un parziale contrappeso.
La crescita piatta delle fabbriche cinesi a maggio solleva interrogativi su quanto a lungo Pechino possa proteggersi dalle ricadute della guerra in Iran. Con il sottoindice dei nuovi ordini sceso a 49,9, l'economia mostra crepe nello scudo che l'ha finora difesa dalle pressioni esterne.
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