
Corte Suprema Usa smantella il Voting Rights Act: la Louisiana congela le primarie
La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, con un voto spaccato sei a tre lungo linee ideologiche, ha inferto un colpo mortale al Voting Rights Act del 1965, pilastro della lotta alla discriminazione razziale nelle urne. Il governo repubblicano della Louisiana, guidato da Jeff Landry, ha immediatamente sospeso le primarie congressuali previste per il 16 maggio, dopo che l’Alta Corte ha dichiarato incostituzionale la mappa che creava un secondo distretto a maggioranza nera. Per gli analisti di Washington, la sentenza rappresenta una vittoria schiacciante per i repubblicani, che potrebbero guadagnare fino a due seggi alla Camera già nelle elezioni di metà mandato di novembre, mentre per i democratici e i movimenti per i diritti civili è una ferita aperta nella promessa di uguaglianza elettorale.
L’ottica di Bruxelles registra con preoccupazione questo arretramento: la decisione, infatti, indebolisce uno dei meccanismi giuridici più efficaci per garantire la rappresentanza delle minoranze, un modello che l’Europa ha spesso guardato con attenzione nel dibattito sulle quote e l’inclusione politica. Da Pechino, invece, la sentenza viene letta come un ulteriore segnale della fragilità istituzionale americana, in un momento in cui gli Stati Uniti si preparano a una campagna elettorale incandescente. La maggioranza conservatrice della Corte, con tre giudici nominati da Donald Trump, ha stabilito che la mappa della Louisiana costituiva un «gerrymandering razziale incostituzionale», ribaltando di fatto quarant’anni di giurisprudenza che interpretava la Sezione 2 del Voting Rights Act come un obbligo per gli Stati a creare distretti in cui le minoranze potessero eleggere i propri rappresentanti.
Per gli analisti di New Orleans, la sospensione delle primarie – annunciata a due giorni dall’inizio del voto anticipato – è una mossa politicamente azzardata, che rischia di creare caos amministrativo e legittime contestazioni. I senatori democratici dello Stato hanno definito la decisione «giuridicamente traballante», mentre il leader della minoranza afroamericana Al Sharpton ha parlato di «un proiettile al cuore del movimento per i diritti civili». La sentenza, però, non si limita alla Louisiana: apre la strada a una ondata di ridisegno delle mappe elettorali in tutti gli Stati del Sud e del Sud-ovest controllati dai repubblicani, con l’obiettivo dichiarato di massimizzare il vantaggio di partito.
Secondo la prospettiva di Chicago, il nodo più spinoso riguarda il futuro della rappresentanza delle minoranze al Congresso: gli esperti prevedono il più grande calo di seggi afroamericani nella storia recente, un’erosione che potrebbe diventare strutturale. Per l’Europa e per l’Italia, che hanno sistemi elettorali basati su principi diversi – con quote di genere e meccanismi proporzionali – la sentenza americana solleva interrogativi sul rapporto tra magistratura e politica, e sulla tenuta della democrazia rappresentativa in un Paese sempre più polarizzato. In vista delle elezioni di novembre, gli occhi restano puntati su Washington: se i repubblicani riusciranno a consolidare la loro maggioranza alla Camera attraverso il gerrymandering, l’equilibrio dei poteri negli Stati Uniti potrebbe cambiare per anni, con ripercussioni anche sulle relazioni transatlantiche e sulle politiche commerciali e di sicurezza che toccano da vicino l’Italia.
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