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giovedì 30 aprile 2026

L’addio degli Emirati all’Opec ridisegna gli equilibri energetici e geopolitici del Medio Oriente

L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, annunciata per il primo maggio, rappresenta la scossa più violenta subita dal cartello petrolifero dagli anni Settanta. Donald Trump l’ha accolta come «una grande notizia», convinto che possa far scendere il prezzo del greggio e della benzina in un momento di tensioni estreme. Ma la mossa di Abu Dhabi – terzo produttore dell’organizzazione – non è soltanto una decisione commerciale: è il sintomo di un riallineamento strategico che sta frammentando il panorama mediorientale sotto gli occhi dell’Europa e dell’Italia, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche del Golfo.

La crisi iraniana fa da sfondo. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, il mercato petrolifero mondiale vive il suo momento più nero dalla guerra dello Yom Kippur. In questo scenario, il Comando centrale americano ha dispiegato nel Golfo tre gruppi di portaerei, tra cui il cacciatorpediniere lanciamissili Mason, mentre il ritorno della Gerald R. Ford negli Stati Uniti lascia intendere che Washington ritiene imminente un’escalation limitata. Secondo quanto trapela da ambienti militari americani, Centcom avrebbe già predisposto un piano di attacchi «brevi e potenti» contro obiettivi in Iran, qualora fallissero i colloqui telefonici in corso tra Trump e Teheran.

Dal punto di vista di Pechino, l’uscita emiratina indebolisce il fronte dei Paesi produttori e rafforza la posizione della Cina, che con Abu Dhabi ha rapporti sempre più stretti. Per l’Europa, invece, la prospettiva è ambivalente: un calo dei prezzi allevierebbe la pressione inflazionistica, ma la frammentazione dell’Opec rischia di rendere il mercato più volatile e meno prevedibile, proprio mentre l’Italia cerca di diversificare le forniture dopo la crisi russa.

La mossa degli Emirati, tuttavia, ha anche un significato politico profondo. Come osservano gli analisti di Bruxelles, essa segna il definitivo allontanamento di Abu Dhabi dall’orbita saudita e l’avvicinamento a Israele, con cui la cooperazione militare si è fatta pubblica – il dispiegamento del sistema Iron Dome negli Emirati è un fatto senza precedenti. Non è un caso che la decisione sia caduta mentre a Londra un attentato rivendicato da un gruppo con presunti legami iraniani feriva due ebrei, e mentre Trump rifiutava l’offerta di Putin di mediare sul nucleare iraniano.

Guardando avanti, lo scenario è incerto. L’Opec perde un pilastro, ma non si sgretola: la domanda globale resta alta e l’Arabia Saudita tenterà di tenere unito il cartello. La vera posta in gioco è la stabilità del Medio Oriente. Se gli Emirati perseguono una linea di apertura a Occidente e a Israele, il rischio è che l’Iran, già sotto pressione militare e diplomatica, reagisca con nuove chiusure o atti di forza. Per l’Italia e l’Europa, abituate a contare su un flusso regolare di greggio dal Golfo, la sfida sarà adattarsi a un ordine energetico e geopolitico in cui i vecchi schemi – Opec, Arabia Saudita, Iran – non bastano più a spiegare il mondo.

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L’addio degli Emirati all’Opec ridisegna gli equilibri energetici e geopolitici del Medio Oriente

L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, annunciata per il primo maggio, rappresenta la scossa più violenta subita dal cartello petrolifero dagli anni Settanta. Donald Trump l’ha accolta come «una grande notizia», convinto che possa far scendere il prezzo del greggio e della benzina in un momento di tensioni estreme. Ma la mossa di Abu Dhabi – terzo produttore dell’organizzazione – non è soltanto una decisione commerciale: è il sintomo di un riallineamento strategico che sta frammentando il panorama mediorientale sotto gli occhi dell’Europa e dell’Italia, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche del Golfo.

La crisi iraniana fa da sfondo. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, il mercato petrolifero mondiale vive il suo momento più nero dalla guerra dello Yom Kippur. In questo scenario, il Comando centrale americano ha dispiegato nel Golfo tre gruppi di portaerei, tra cui il cacciatorpediniere lanciamissili Mason, mentre il ritorno della Gerald R. Ford negli Stati Uniti lascia intendere che Washington ritiene imminente un’escalation limitata. Secondo quanto trapela da ambienti militari americani, Centcom avrebbe già predisposto un piano di attacchi «brevi e potenti» contro obiettivi in Iran, qualora fallissero i colloqui telefonici in corso tra Trump e Teheran.

Dal punto di vista di Pechino, l’uscita emiratina indebolisce il fronte dei Paesi produttori e rafforza la posizione della Cina, che con Abu Dhabi ha rapporti sempre più stretti. Per l’Europa, invece, la prospettiva è ambivalente: un calo dei prezzi allevierebbe la pressione inflazionistica, ma la frammentazione dell’Opec rischia di rendere il mercato più volatile e meno prevedibile, proprio mentre l’Italia cerca di diversificare le forniture dopo la crisi russa.

La mossa degli Emirati, tuttavia, ha anche un significato politico profondo. Come osservano gli analisti di Bruxelles, essa segna il definitivo allontanamento di Abu Dhabi dall’orbita saudita e l’avvicinamento a Israele, con cui la cooperazione militare si è fatta pubblica – il dispiegamento del sistema Iron Dome negli Emirati è un fatto senza precedenti. Non è un caso che la decisione sia caduta mentre a Londra un attentato rivendicato da un gruppo con presunti legami iraniani feriva due ebrei, e mentre Trump rifiutava l’offerta di Putin di mediare sul nucleare iraniano.

Guardando avanti, lo scenario è incerto. L’Opec perde un pilastro, ma non si sgretola: la domanda globale resta alta e l’Arabia Saudita tenterà di tenere unito il cartello. La vera posta in gioco è la stabilità del Medio Oriente. Se gli Emirati perseguono una linea di apertura a Occidente e a Israele, il rischio è che l’Iran, già sotto pressione militare e diplomatica, reagisca con nuove chiusure o atti di forza. Per l’Italia e l’Europa, abituate a contare su un flusso regolare di greggio dal Golfo, la sfida sarà adattarsi a un ordine energetico e geopolitico in cui i vecchi schemi – Opec, Arabia Saudita, Iran – non bastano più a spiegare il mondo.

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