
Dall'India a Israele: l'arrivo dei Bnei Menasche riaccende il sogno del ritorno biblico
Più di duecentocinquanta indiani che si proclamano discendenti della tribù biblica di Manasse sono atterrati giovedì sera all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, accolti da canti tradizionali e da un arco di palloncini azzurri e bianchi, i colori della bandiera israeliana. È il primo contingente di una più ampia operazione decisa dal governo israeliano lo scorso novembre per portare in patria circa quattromilaseicento membri della comunità Bnei Menashe, originaria dello stato di Manipur, nel nord-est dell’India. Il loro arrivo segna una tappa significativa in un progetto che unisce fede, identità e geopolitica.
Questi indiani sostengono di appartenere a una delle dieci tribù perdute d’Israele, deportate durante l’invasione assira intorno all’VIII secolo avanti Cristo. La loro rivendicazione, basata su tradizioni orali e su pratiche religiose che mescolano elementi ebraici e locali, è stata riconosciuta da alcune autorità rabbiniche israeliane, aprendo la strada all’aliyah, il diritto al ritorno in Terra Santa. Per gli analisti di Gerusalemme, l’operazione ha un forte significato identitario e politico: rafforza il legame tra lo stato ebraico e le comunità diasporiche, alimentando la narrativa del raduno degli esuli.
Dal punto di vista di Nuova Delhi, invece, la partenza di migliaia di cittadini dal Manipur solleva interrogativi demografici e sociali in una regione già segnata da tensioni etniche e conflitti separatisti. Il governo indiano ha finora mantenuto un profilo basso, ma la questione potrebbe incidere sui rapporti bilaterali con Israele, partner strategico in ambito tecnologico e militare. Bruxelles segue con attenzione la vicenda: le politiche migratorie israeliane toccano il dialogo interreligioso e gli equilibri mediorientali, mentre l’Europa osserva con crescente interesse le dinamiche di integrazione di comunità provenienti da contesti culturali lontani.
L’arrivo dei Bnei Menashe non è solo un evento logistico, ma un tassello nel più ampio disegno di Israele di accogliere le cosiddette “tribù perdute”. Tuttavia, restano sfide concrete di integrazione. I nuovi arrivati parlano lingue tribali come il kuki e il mizo, e portano con sé usi alimentari e sociali molto diversi da quelli della società israeliana moderna. La loro presenza potrebbe alimentare dibattiti sull’identità nazionale in un paese già polarizzato, ma anche offrire un contributo culturale inedito. In prospettiva, la riuscita di questo esperimento dipenderà dalla capacità di Israele di coniugare accoglienza e omologazione, mentre l’India osserva se questa diaspora volontaria indebolirà ulteriormente le fragili comunità del Manipur.
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