
Dalle pensioni pubbliche al lavoro oltre i 48 anni: l’Europa riscrive il patto generazionale
Tra tagli ai dipendenti pubblici in Italia, stretta francese sull’assistenza agli anziani e nuovi sussidi spagnoli, il welfare invecchia insieme alla popolazione.
Il governo italiano ha introdotto modifiche al sistema previdenziale che potrebbero costare fino a 275mila euro ai dipendenti pubblici, secondo le stime dei sindacati, e costringere molti a lavorare oltre quarantotto anni per evitare la penalizzazione. La manovra, contenuta nella legge di Bilancio 2024, mira a un risparmio di quasi 33 miliardi entro il 2043, ma apre una crepa nel patto tra generazioni: chi ha dedicato la vita al settore pubblico si trova ora a dover scegliere tra un assegno drasticamente ridotto e un’attesa che sfida i limiti biologici. La protesta della Cgil e della Fp Cgil, presentata alla Camera, non è solo italiana: è il riflesso di una tensione che attraversa tutto l’Occidente.
Oltre le Alpi, Parigi ha scelto una strada opposta ma ugualmente controversa. Con un decreto dello scorso aprile, il governo francese ha alzato da settanta a ottanta anni l’età a partire dalla quale i contribuenti possono beneficiare dell’esonero degli oneri sociali per l’assunzione di un assistente domestico. Per il ministero del Lavoro, la vecchia soglia non rispondeva più al suo scopo; di fatto, si tratta di un taglio a una nicchia fiscale che riguarda i settuagenari, una scelta che, secondo gli analisti di Bruxelles, anticipa ulteriori restrizioni in un sistema dove l’aspettativa di vita continua a crescere mentre la natalità cala.
A Madrid, invece, il Servizio Pubblico per l’Impiego ha confermato un sussidio mensile per tutti i disoccupati sopra i cinquantadue anni, una misura che permette di continuare a versare contributi fino alla pensione. La Spagna, con una disoccupazione giovanile ancora alta e un mercato del lavoro che fatica ad assorbire i lavoratori maturi, considera questo sostegno una valvola di sfogo sociale: evita che una fascia fragile scivoli nell’indigenza e, al contempo, alimenta il sistema previdenziale con contribuzioni che altrimenti andrebbero perse. L’ottica di Pechino, per quanto distante, guarda a questi esperimenti europei con interesse: anche la Cina, invecchiando rapidamente, cerca modelli per conciliare sostenibilità fiscale e coesione sociale.
Dall’altra parte dell’Atlantico, la Social Security Administration americana mantiene rigidi requisiti chiamati “carenza specifica” – un periodo minimo di contribuzione previsto dall’articolo 205 della legge generale – che può ritardare la pensione di oltre un anno per chi non li soddisfa. È un monito, per i policy maker europei, che la flessibilità ha un costo. In Argentina, infine, il sistema previdenziale nato nel 1904 con le casse dei pubblici dipendenti è arrivato a un punto di rottura: l’aumento dell’aspettativa di vita e il calo delle nascite rendono insostenibili le promesse di un tempo. Da Buenos Aires arriva l’avvertimento che se le politiche pubbliche non si adattano, le pensioni e la copertura sanitaria degli anziani diventano una polveriera per l’intera economia.
Che cosa significa, per l’Italia e per l’Europa, questo mosaico di riforme? La direzione è chiara: il welfare del Novecento sta cedendo il passo a un modello più frammentato, dove si alternano generosità mirate (come il sussidio spagnolo) e tagli dolorosi (come la stretta italiana sui pubblici dipendenti). La sfida, per i governi del continente, è trovare un equilibrio che eviti sia l’implosione fiscale sia la frattura sociale. Con una popolazione che invecchia e un debito pubblico che pesa, il futuro della previdenza si gioca su un crinale sottile: quello tra la necessità di contenere la spesa e l’urgenza di non lasciare indietro intere generazioni di lavoratori.
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