
Il telefono che non smette mai di squillare: la cura invisibile di una figlia
Una figlia americana racconta il peso quotidiano di assistere la madre malata di Alzheimer: una storia di amore, burocrazia e stanchezza.
Il telefono vibra sul comodino. Sono le sette del mattino, o forse le tre di notte. Ogni giorno arrivano tra i venti e trenta messaggi, e da una a dieci chiamate. È la madre, che chiede il nome della medicina che le hanno appena somministrato, che domanda quando la figlia verrà a trovarla, e poi lo chiede di nuovo, e ancora. "Domande ripetute all'infinito, confusione, paure", scrive la figlia in un racconto pubblicato da Business Insider. Il suo nome non è stato rivelato, ma la sua storia è quella di milioni di caregiver familiari negli Stati Uniti e nel mondo.
Tutto è iniziato due anni e mezzo fa, quando alla madre è stato diagnosticato il morbo di Alzheimer. La figlia lavora a tempo pieno, vive in un piccolo appartamento con due bambini. Accoglierla a casa non era possibile. Dopo nove mesi di pratiche burocratiche, è riuscita a ottenere un programma Medicaid che ha garantito assistenza domiciliare 24 ore su 24. Ma, come scopre subito, prendersi cura di un genitore anziano resta un lavoro a tempo pieno, anche quando non si è fisicamente presenti. "Non mi aspettavo quanto lavoro sarebbe stato", dice.
La madre vive a cinque minuti di distanza. Ogni settimana la figlia e il marito vanno a trovarla più volte: per fare la spesa, per gestire le commissioni, per riparare ciò che si rompe. Ha imparato a convivere con le emergenze: l'ultima volta la madre ha chiuso due porte dall'interno, rendendo le stanze inaccessibili, e hanno dovuto chiamare un fabbro. Poi sono corsi a comprare nuove maniglie e a disabilitare temporaneamente le rimanenti. Intanto il telefono squilla: con gli assistenti, con i medici, con la famiglia. "Non passa giorno senza che io sia al telefono con qualcuno o con un'organizzazione che aiuta a fornirle assistenza."
Oltre alla gestione pratica, c'è il peso emotivo. La figlia si occupa di ogni appuntamento medico, della gestione dei farmaci — rinnovi, ritiri in farmacia, preparazione settimanale dei blister — e delle finanze. E poi c'è il lutto: vedere sua madre deteriorarsi giorno dopo giorno. "A volte sento di avere poco tempo per provare tristezza. L'assistenza che le fornisco è così incessante e stressante che non c'è quasi tempo per considerare i miei sentimenti su ciò che le sta accadendo." Passa notti insonni a chiedersi come farà a sostenere tutto per i prossimi anni.
L'ultima immagine che resta è quella di una figlia che tiene la mano della madre mentre questa lentamente svanisce, un gesto semplice ma gravido di addii mai detti. "So che un giorno guarderò indietro a questo periodo e ricorderò tutti i piccoli momenti che abbiamo avuto insieme", scrive. Il telefono continua a squillare. Ma forse, in quell'attesa, c'è anche l'ultimo filo che tiene legate due vite.
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L'articolo utilizza un tono intimo e dettagli concreti degli ausili per rendere tangibile la lotta, invitando il lettore all'identificazione.
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