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sabato 25 luglio 2026

Dazi USA permanenti su 60 economie: l’Ue resta sotto il tetto del 15%, ma la tregua è fragile

Entrano in vigore le nuove tariffe del 10% e 12,5% basate sulla Section 301. Bruxelles accetta perché inferiori agli accordi di Turnberry, mentre Argentina e Indonesia temono per la competitività dei settori chiave.

A partire da venerdì 24 luglio, gli Stati Uniti hanno applicato dazi permanenti del 10% o del 12,5% sulle importazioni provenienti da circa sessanta economie, sostituendo i gravami temporanei in scadenza. La misura, annunciata dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio (USTR), si fonda sulla Section 301 del Trade Act del 1974 e viene giustificata da Washington con la necessità di contrastare l’ingresso di beni realizzati mediante lavoro forzato. Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, il nuovo schema differenzia i partner commerciali in base all’allineamento alle pratiche statunitensi: l’Unione Europea, il Canada, il Regno Unito e l’India figurano tra i sedici soggetti gravati dall’aliquota minima del 10%, mentre Cina, Giappone, Corea del Sud, Svizzera e decine di altri paesi sono colpiti dal 12,5%.

Per Bruxelles la notizia è stata accolta con un cauto sollievo. Il portavoce per il Commercio Olof Gill ha dichiarato che l’Ue valuta positivamente il fatto che le nuove soglie rimangano al di sotto del tetto massimo del 15% concordato un anno fa a Turnberry, in Scozia, e che l’esito sia in linea con gli impegni tariffari assunti dagli Stati Uniti. Il presidente della Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, ha parlato di una configurazione “migliore del previsto”, pur invitando a non abbassare la guardia. L’Italia, attraverso gli analisti di ExportUSA, sottolinea che il cambiamento cruciale risiede nella modalità di calcolo: mentre la normativa precedente sommava un dazio del 10% al dazio base MFN, la misura odierna fissa un tetto complessivo del 10%, offrendo maggiore prevedibilità agli esportatori.

Diversa la percezione in America Latina e nel Sud-est asiatico. Il governo argentino, che pure ha conservato l’aliquota del 10% e le eccezioni negoziate nell’accordo bilaterale di febbraio, teme che il nuovo quadro giuridico getti nell’incertezza l’azzeramento dei dazi per 1.675 prodotti. Secondo l’analista Julieta Zelicovich, i dazi agiscono come un meccanismo di pressione permanente, costringendo le diplomazie a uno stato di negoziazione continua. In Indonesia, colpita dal 10%, gli economisti del CORE Indonesia avvertono che il differenziale di 2,5 punti percentuali rispetto a concorrenti come Vietnam e Cina non crea un vantaggio competitivo, perché anche Bangladesh, Cambogia e India ricadono nella stessa fascia tariffaria. I settori tessile, calzaturiero e dell’arredamento, a elevata intensità di manodopera, rischiano di veder compressi margini già esigui, con possibili ricadute sull’occupazione.

La svolta tariffaria segue la sentenza della Corte Suprema statunitense che a febbraio aveva dichiarato incostituzionali i dazi indiscriminati imposti da Trump invocando poteri di emergenza economica. Per aggirare il verdetto, l’amministrazione ha avviato in marzo un’indagine accelerata ai sensi della Section 301, conclusa in soli quattro mesi nonostante l’ampiezza dei soggetti coinvolti. Analisti come Wendy Cutler dell’Asia Society Policy Institute osservano che questa base giuridica, già utilizzata in passato contro la Cina, offre maggiori garanzie di tenuta nei ricorsi, sebbene permangano incognite sulla solidità delle motivazioni ufficiali. Al momento non si registrano ritorsioni da parte dei paesi colpiti, ma Washington ha già annunciato una seconda indagine sulle sovracapacità industriali che potrebbe condurre a nuovi dazi, mantenendo il commercio globale in una condizione di instabilità prolungata.

Divergenza — chi la racconta come
48%Media
2 blocchi · posizioni da −0.70 a −0.20
CriticoFavorevole
LATEUR
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa latinoamericana−0.70critical
Stampa europea continentale−0.20neutral
Stampa latinoamericana−0.70

Le nuove tariffe statunitensi sono una mossa unilaterale che punisce i partner commerciali e riflette l'arroganza imperialista di Washington. L'America Latina, ancora una volta, subisce le conseguenze di decisioni prese senza consultazione. La reazione della regione deve essere unita e ferma.

IndignazioneVittimismoPragmatismo
Stampa europea continentale−0.20

Le tariffe annunciate dagli USA rappresentano una complicazione per il commercio globale, ma l'Europa intende rispondere con cautela e negoziati. L'effetto sulle economie europee sarà limitato grazie alla diversificazione. Si guarda alla sostenibilità delle relazioni transatlantiche.

PragmatismoDistaccoScetticismo
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sabato 25 luglio 2026

Dazi USA permanenti su 60 economie: l’Ue resta sotto il tetto del 15%, ma la tregua è fragile

Entrano in vigore le nuove tariffe del 10% e 12,5% basate sulla Section 301. Bruxelles accetta perché inferiori agli accordi di Turnberry, mentre Argentina e Indonesia temono per la competitività dei settori chiave.

A partire da venerdì 24 luglio, gli Stati Uniti hanno applicato dazi permanenti del 10% o del 12,5% sulle importazioni provenienti da circa sessanta economie, sostituendo i gravami temporanei in scadenza. La misura, annunciata dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio (USTR), si fonda sulla Section 301 del Trade Act del 1974 e viene giustificata da Washington con la necessità di contrastare l’ingresso di beni realizzati mediante lavoro forzato. Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, il nuovo schema differenzia i partner commerciali in base all’allineamento alle pratiche statunitensi: l’Unione Europea, il Canada, il Regno Unito e l’India figurano tra i sedici soggetti gravati dall’aliquota minima del 10%, mentre Cina, Giappone, Corea del Sud, Svizzera e decine di altri paesi sono colpiti dal 12,5%.

Per Bruxelles la notizia è stata accolta con un cauto sollievo. Il portavoce per il Commercio Olof Gill ha dichiarato che l’Ue valuta positivamente il fatto che le nuove soglie rimangano al di sotto del tetto massimo del 15% concordato un anno fa a Turnberry, in Scozia, e che l’esito sia in linea con gli impegni tariffari assunti dagli Stati Uniti. Il presidente della Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, ha parlato di una configurazione “migliore del previsto”, pur invitando a non abbassare la guardia. L’Italia, attraverso gli analisti di ExportUSA, sottolinea che il cambiamento cruciale risiede nella modalità di calcolo: mentre la normativa precedente sommava un dazio del 10% al dazio base MFN, la misura odierna fissa un tetto complessivo del 10%, offrendo maggiore prevedibilità agli esportatori.

Diversa la percezione in America Latina e nel Sud-est asiatico. Il governo argentino, che pure ha conservato l’aliquota del 10% e le eccezioni negoziate nell’accordo bilaterale di febbraio, teme che il nuovo quadro giuridico getti nell’incertezza l’azzeramento dei dazi per 1.675 prodotti. Secondo l’analista Julieta Zelicovich, i dazi agiscono come un meccanismo di pressione permanente, costringendo le diplomazie a uno stato di negoziazione continua. In Indonesia, colpita dal 10%, gli economisti del CORE Indonesia avvertono che il differenziale di 2,5 punti percentuali rispetto a concorrenti come Vietnam e Cina non crea un vantaggio competitivo, perché anche Bangladesh, Cambogia e India ricadono nella stessa fascia tariffaria. I settori tessile, calzaturiero e dell’arredamento, a elevata intensità di manodopera, rischiano di veder compressi margini già esigui, con possibili ricadute sull’occupazione.

La svolta tariffaria segue la sentenza della Corte Suprema statunitense che a febbraio aveva dichiarato incostituzionali i dazi indiscriminati imposti da Trump invocando poteri di emergenza economica. Per aggirare il verdetto, l’amministrazione ha avviato in marzo un’indagine accelerata ai sensi della Section 301, conclusa in soli quattro mesi nonostante l’ampiezza dei soggetti coinvolti. Analisti come Wendy Cutler dell’Asia Society Policy Institute osservano che questa base giuridica, già utilizzata in passato contro la Cina, offre maggiori garanzie di tenuta nei ricorsi, sebbene permangano incognite sulla solidità delle motivazioni ufficiali. Al momento non si registrano ritorsioni da parte dei paesi colpiti, ma Washington ha già annunciato una seconda indagine sulle sovracapacità industriali che potrebbe condurre a nuovi dazi, mantenendo il commercio globale in una condizione di instabilità prolungata.

Divergenza — chi la racconta come
48%Media
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CriticoFavorevole
LATEUR
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa latinoamericana−0.70critical
Stampa europea continentale−0.20neutral
Stampa latinoamericana−0.70

Le nuove tariffe statunitensi sono una mossa unilaterale che punisce i partner commerciali e riflette l'arroganza imperialista di Washington. L'America Latina, ancora una volta, subisce le conseguenze di decisioni prese senza consultazione. La reazione della regione deve essere unita e ferma.

IndignazioneVittimismoPragmatismo
Stampa europea continentale−0.20

Le tariffe annunciate dagli USA rappresentano una complicazione per il commercio globale, ma l'Europa intende rispondere con cautela e negoziati. L'effetto sulle economie europee sarà limitato grazie alla diversificazione. Si guarda alla sostenibilità delle relazioni transatlantiche.

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