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Società e Culturalunedì 15 giugno 2026

Divisioni interne e voci critiche dalla diaspora: le crepe dello Stato ebraico

Mentre a New York gli ebrei progressisti gridano “criminale di guerra” al ministro Smotrich, un rapporto israeliano indica che il 55% dei cittadini teme più la polarizzazione interna che la bomba iraniana.

L’immagine del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich che avanza lungo la Fifth Avenue di New York, accolto dalle urla “vergogna” e “criminale di guerra” lanciate da manifestanti ebrei progressisti, segna un crinale sempre più profondo. La parata per il Giorno di Israele, da simbolo di orgoglio comunitario, si è trasformata in un teatro di contestazione aperta: i dimostranti denunciano la condotta della guerra a Gaza e il governo più a destra della storia del paese. Smotrich ha risposto ignorando le accuse e ribadendo che «lo Stato di Israele è la casa di tutto il popolo ebraico», ma quella stessa unità appare oggi in pezzi, tanto all’estero quanto dentro i confini.

A rivelarlo è un nuovo rapporto annuale del Jewish People Policy Institute, secondo cui il 55 per cento degli israeliani definisce la polarizzazione e il conflitto interno come la minaccia più pericolosa per la sopravvivenza dello Stato, una quota che schiaccia la paura per il nucleare iraniano (23 per cento) e per il conflitto con i palestinesi (18 per cento). Sei cittadini su dieci concordano che il paese stia vivendo una lacerazione capace di sfociare in una guerra civile. Non si tratta soltanto di uno stato d’animo: la coalizione di governo spinge leggi che allargano i sussidi per gli asili nido agli ultraortodossi che sfuggono alla leva, provvedimenti che la viceministra degli Esteri Sharren Haskel ha bollato come un «pugnalare alle spalle chi serve il paese in tempo di guerra». Lo scontro tra laici e religiosi, tra chi combatte e chi si sottrae, incrina il patto sociale.

In questo paesaggio già fragile si inserisce la condizione dei cittadini arabi di Israele. Dopo quattro anni di governo con una forte componente di estrema destra ebraica, con un crescendo di violenza criminale nelle comunità arabe e il nodo irrisolto della sicurezza personale, la loro partecipazione elettorale resta un’incognita. Docenti dell’Università di Haifa sottolineano che la variabile decisiva sarà proprio l’ascesa dell’estrema destra, capace di mobilitare rabbia ma anche di alimentare un’alienazione che potrebbe tradursi in astensionismo di massa, delegittimando ulteriormente la rappresentanza.

Lo specchio europeo restituisce segnali altrettanto cupi. In Svezia uno studio comparato tra il 2020 e il 2025 mostra un aumento non solo di chi condivide pregiudizi antisemiti, ma anche di chi resta indifferente di fronte a tali posizioni. L’indifferenza, annotano i ricercatori scandinavi, equivale nei fatti a una tacita accettazione. L’impatto della guerra tra Israele e Hamas viene indicato come un probabile acceleratore di questa deriva, sebbene le radici del fenomeno siano più antiche. L’insieme dei dati disegna una crisi multidimensionale: Israele non deve più soltanto difendersi da nemici esterni, ma ricucire un tessuto sociale dilaniato, mentre la diaspora progressista alza la voce e l’Europa osserva con crescente disagio il veleno antisemita che torna a circolare. La vera sfida, forse, non è più la sopravvivenza fisica dello Stato, ma la tenuta del suo contratto democratico e dei legami che lo univano alle comunità ebraiche del mondo.

Divergenza — chi la racconta come
12%Bassa
3 blocchi · posizioni da −0.70 a −0.40
CriticoFavorevole
ISRSEAEUR
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa israeliana−0.40critical
Stampa sud-est asiatica−0.70critical
Stampa europea continentale−0.50critical
Stampa israeliana−0.40

Secondo un rapporto annuale del Jewish People Policy Institute, il 55% degli israeliani considera la polarizzazione interna e il rischio di guerra civile come la minaccia più grave per la sopravvivenza dello Stato. Le leggi della coalizione che favoriscono gli ultraortodossi renitenti alla leva, le tensioni arabo-ebraiche e le fratture sul servizio femminile nei corpi corazzati stanno erodendo la coesione nazionale più di qualsiasi nemico esterno.

AllarmePragmatismo
Stampa sud-est asiatica−0.70

Durante la parata annuale per Israele a New York, ministri e deputati della destra israeliana sono stati sommersi da fischi e grida di 'criminali di guerra' da parte di comunità ebraiche progressiste che denunciano il genocidio a Gaza. La spaccatura non attraversa solo la società israeliana, ma lacera la stessa diaspora ebraica, con voci sempre più forti che si dissociano apertamente dalle politiche dello Stato ebraico.

IndignazioneUrgenza
Stampa europea continentale−0.50

Uno studio svedese basato su due sondaggi condotti tra il 2020 e il 2025 registra un sensibile aumento delle opinioni antisemite e, soprattutto, dell'indifferenza verso di esse. L'evoluzione mostra che la minaccia esistenziale per gli ebrei non è solo la polarizzazione interna a Israele, ma il mutamento profondo degli atteggiamenti in Europa, dove la mancata condanna diventa una forma di accettazione.

AllarmeDistacco
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lunedì 15 giugno 2026

Divisioni interne e voci critiche dalla diaspora: le crepe dello Stato ebraico

Mentre a New York gli ebrei progressisti gridano “criminale di guerra” al ministro Smotrich, un rapporto israeliano indica che il 55% dei cittadini teme più la polarizzazione interna che la bomba iraniana.

L’immagine del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich che avanza lungo la Fifth Avenue di New York, accolto dalle urla “vergogna” e “criminale di guerra” lanciate da manifestanti ebrei progressisti, segna un crinale sempre più profondo. La parata per il Giorno di Israele, da simbolo di orgoglio comunitario, si è trasformata in un teatro di contestazione aperta: i dimostranti denunciano la condotta della guerra a Gaza e il governo più a destra della storia del paese. Smotrich ha risposto ignorando le accuse e ribadendo che «lo Stato di Israele è la casa di tutto il popolo ebraico», ma quella stessa unità appare oggi in pezzi, tanto all’estero quanto dentro i confini.

A rivelarlo è un nuovo rapporto annuale del Jewish People Policy Institute, secondo cui il 55 per cento degli israeliani definisce la polarizzazione e il conflitto interno come la minaccia più pericolosa per la sopravvivenza dello Stato, una quota che schiaccia la paura per il nucleare iraniano (23 per cento) e per il conflitto con i palestinesi (18 per cento). Sei cittadini su dieci concordano che il paese stia vivendo una lacerazione capace di sfociare in una guerra civile. Non si tratta soltanto di uno stato d’animo: la coalizione di governo spinge leggi che allargano i sussidi per gli asili nido agli ultraortodossi che sfuggono alla leva, provvedimenti che la viceministra degli Esteri Sharren Haskel ha bollato come un «pugnalare alle spalle chi serve il paese in tempo di guerra». Lo scontro tra laici e religiosi, tra chi combatte e chi si sottrae, incrina il patto sociale.

In questo paesaggio già fragile si inserisce la condizione dei cittadini arabi di Israele. Dopo quattro anni di governo con una forte componente di estrema destra ebraica, con un crescendo di violenza criminale nelle comunità arabe e il nodo irrisolto della sicurezza personale, la loro partecipazione elettorale resta un’incognita. Docenti dell’Università di Haifa sottolineano che la variabile decisiva sarà proprio l’ascesa dell’estrema destra, capace di mobilitare rabbia ma anche di alimentare un’alienazione che potrebbe tradursi in astensionismo di massa, delegittimando ulteriormente la rappresentanza.

Lo specchio europeo restituisce segnali altrettanto cupi. In Svezia uno studio comparato tra il 2020 e il 2025 mostra un aumento non solo di chi condivide pregiudizi antisemiti, ma anche di chi resta indifferente di fronte a tali posizioni. L’indifferenza, annotano i ricercatori scandinavi, equivale nei fatti a una tacita accettazione. L’impatto della guerra tra Israele e Hamas viene indicato come un probabile acceleratore di questa deriva, sebbene le radici del fenomeno siano più antiche. L’insieme dei dati disegna una crisi multidimensionale: Israele non deve più soltanto difendersi da nemici esterni, ma ricucire un tessuto sociale dilaniato, mentre la diaspora progressista alza la voce e l’Europa osserva con crescente disagio il veleno antisemita che torna a circolare. La vera sfida, forse, non è più la sopravvivenza fisica dello Stato, ma la tenuta del suo contratto democratico e dei legami che lo univano alle comunità ebraiche del mondo.

Divergenza — chi la racconta come
12%Bassa
3 blocchi · posizioni da −0.70 a −0.40
CriticoFavorevole
ISRSEAEUR
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa israeliana−0.40critical
Stampa sud-est asiatica−0.70critical
Stampa europea continentale−0.50critical
Stampa israeliana−0.40

Secondo un rapporto annuale del Jewish People Policy Institute, il 55% degli israeliani considera la polarizzazione interna e il rischio di guerra civile come la minaccia più grave per la sopravvivenza dello Stato. Le leggi della coalizione che favoriscono gli ultraortodossi renitenti alla leva, le tensioni arabo-ebraiche e le fratture sul servizio femminile nei corpi corazzati stanno erodendo la coesione nazionale più di qualsiasi nemico esterno.

AllarmePragmatismo
Stampa sud-est asiatica−0.70

Durante la parata annuale per Israele a New York, ministri e deputati della destra israeliana sono stati sommersi da fischi e grida di 'criminali di guerra' da parte di comunità ebraiche progressiste che denunciano il genocidio a Gaza. La spaccatura non attraversa solo la società israeliana, ma lacera la stessa diaspora ebraica, con voci sempre più forti che si dissociano apertamente dalle politiche dello Stato ebraico.

IndignazioneUrgenza
Stampa europea continentale−0.50

Uno studio svedese basato su due sondaggi condotti tra il 2020 e il 2025 registra un sensibile aumento delle opinioni antisemite e, soprattutto, dell'indifferenza verso di esse. L'evoluzione mostra che la minaccia esistenziale per gli ebrei non è solo la polarizzazione interna a Israele, ma il mutamento profondo degli atteggiamenti in Europa, dove la mancata condanna diventa una forma di accettazione.

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