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giovedì 7 maggio 2026

Due uomini condannati a Londra per spionaggio cinese: l’ombra di Pechino si allunga su Occidente e Asia

Un agente di frontiera britannico e un ex funzionario di Hong Kong riconosciuti colpevoli di spionaggio per la Cina. A New York apre un altro processo.

Un verdetto senza precedenti ha scosso Londra: per la prima volta nella storia britannica, due cittadini con doppia nazionalità cinese e britannica sono stati riconosciuti colpevoli di spionaggio a favore di Pechino. Si tratta di Chi Leung “Peter” Wai, agente della Border Force impiegato all’aeroporto di Heathrow, e di Chung Biu “Bill” Yuen, manager dell’ufficio economico e commerciale di Hong Kong nella capitale britannica. La corte londinese ha accertato che i due agivano in una vera e propria “operazione di polizia ombra”, raccogliendo informazioni su dissidenti hongkonghesi rifugiatisi nel Regno Unito e su attivisti prodemocrazia, sfruttando l’accesso di Wai ai database del ministero dell’Interno. All’orizzonte si profila non solo una condanna severa, ma anche una crisi diplomatica tra Londra e Pechino, già tesa per le interferenze nei confronti della comunità cinese d’oltremare.

Il caso britannico si inserisce in un quadro più ampio di azioni extradiplomatiche della Cina in Occidente. Negli stessi giorni, a New York si è aperto il processo a Lu Jianwang, cittadino statunitense di origine cinese accusato di aver gestito una “stazione di polizia segreta” in un edificio di Chinatown a Manhattan, dove secondo l’accusa federale si intimidivano e monitoravano connazionali dissidenti. La difesa di Lu cerca di ridimensionare i fatti parlando di un semplice centro comunitario, ma il Dipartimento di Giustizia americano considera il caso un tassello della strategia di Pechino per esportare il proprio sistema di sorveglianza oltre i confini.

Parallelamente, dal versante asiatico arrivano segnali altrettanto preoccupanti. Due funzionari pubblici taiwanesi, in viaggio separato in Cina il mese scorso, sono stati convocati e interrogati in piena notte da agenti della pubblica sicurezza in un hotel, con perquisizione dei telefoni. Secondo l’ufficio per gli affari continentali di Taipei, la polizia cinese conosceva già i dettagli dei loro spostamenti, segno di un monitoraggio capillare che coinvolge anche i civili. Questa pratica, già nota per membri della società civile hongkonghese, sembra estendersi a tutti coloro che entrano in territorio cinese e che possano rappresentare un “rischio” per il regime.

Dal punto di vista europeo, la vicenda londinese assume un valore simbolico cruciale. Bruxelles segue con attenzione il moltiplicarsi di episodi che mettono in discussione la sovranità e la sicurezza interna degli Stati membri. L’Italia, forte di una comunità cinese tra le più numerose nel continente, non è immune: già in passato sono emersi casi di pressioni su attivisti e imprenditori nel nostro Paese. Gli analisti di Bruxelles sottolineano che il modus operandi di Pechino, fatto di reclutamento di insider e di vigilanza transfrontaliera, sta diventando una costante che richiede una risposta coordinata a livello unionale.

Guardando avanti, questi episodi rappresentano un banco di prova per l’Occidente: da un lato la necessità di proteggere le comunità diasporiche senza cadere in derive xenofobe, dall’altro l’urgenza di rafforzare le leggi sulla sicurezza nazionale senza sacrificare i principi liberali. Il verdetto di Londra e i processi in corso a New York sono destinati a fare giurisprudenza, ma anche ad alimentare un dibattito più ampio su cosa significhi oggi “spionaggio”, in un’epoca in cui la raccolta di informazioni e la pressione psicologica si esercitano sempre più al di fuori dei confini tradizionali.

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Due uomini condannati a Londra per spionaggio cinese: l’ombra di Pechino si allunga su Occidente e Asia

Un agente di frontiera britannico e un ex funzionario di Hong Kong riconosciuti colpevoli di spionaggio per la Cina. A New York apre un altro processo.

Un verdetto senza precedenti ha scosso Londra: per la prima volta nella storia britannica, due cittadini con doppia nazionalità cinese e britannica sono stati riconosciuti colpevoli di spionaggio a favore di Pechino. Si tratta di Chi Leung “Peter” Wai, agente della Border Force impiegato all’aeroporto di Heathrow, e di Chung Biu “Bill” Yuen, manager dell’ufficio economico e commerciale di Hong Kong nella capitale britannica. La corte londinese ha accertato che i due agivano in una vera e propria “operazione di polizia ombra”, raccogliendo informazioni su dissidenti hongkonghesi rifugiatisi nel Regno Unito e su attivisti prodemocrazia, sfruttando l’accesso di Wai ai database del ministero dell’Interno. All’orizzonte si profila non solo una condanna severa, ma anche una crisi diplomatica tra Londra e Pechino, già tesa per le interferenze nei confronti della comunità cinese d’oltremare.

Il caso britannico si inserisce in un quadro più ampio di azioni extradiplomatiche della Cina in Occidente. Negli stessi giorni, a New York si è aperto il processo a Lu Jianwang, cittadino statunitense di origine cinese accusato di aver gestito una “stazione di polizia segreta” in un edificio di Chinatown a Manhattan, dove secondo l’accusa federale si intimidivano e monitoravano connazionali dissidenti. La difesa di Lu cerca di ridimensionare i fatti parlando di un semplice centro comunitario, ma il Dipartimento di Giustizia americano considera il caso un tassello della strategia di Pechino per esportare il proprio sistema di sorveglianza oltre i confini.

Parallelamente, dal versante asiatico arrivano segnali altrettanto preoccupanti. Due funzionari pubblici taiwanesi, in viaggio separato in Cina il mese scorso, sono stati convocati e interrogati in piena notte da agenti della pubblica sicurezza in un hotel, con perquisizione dei telefoni. Secondo l’ufficio per gli affari continentali di Taipei, la polizia cinese conosceva già i dettagli dei loro spostamenti, segno di un monitoraggio capillare che coinvolge anche i civili. Questa pratica, già nota per membri della società civile hongkonghese, sembra estendersi a tutti coloro che entrano in territorio cinese e che possano rappresentare un “rischio” per il regime.

Dal punto di vista europeo, la vicenda londinese assume un valore simbolico cruciale. Bruxelles segue con attenzione il moltiplicarsi di episodi che mettono in discussione la sovranità e la sicurezza interna degli Stati membri. L’Italia, forte di una comunità cinese tra le più numerose nel continente, non è immune: già in passato sono emersi casi di pressioni su attivisti e imprenditori nel nostro Paese. Gli analisti di Bruxelles sottolineano che il modus operandi di Pechino, fatto di reclutamento di insider e di vigilanza transfrontaliera, sta diventando una costante che richiede una risposta coordinata a livello unionale.

Guardando avanti, questi episodi rappresentano un banco di prova per l’Occidente: da un lato la necessità di proteggere le comunità diasporiche senza cadere in derive xenofobe, dall’altro l’urgenza di rafforzare le leggi sulla sicurezza nazionale senza sacrificare i principi liberali. Il verdetto di Londra e i processi in corso a New York sono destinati a fare giurisprudenza, ma anche ad alimentare un dibattito più ampio su cosa significhi oggi “spionaggio”, in un’epoca in cui la raccolta di informazioni e la pressione psicologica si esercitano sempre più al di fuori dei confini tradizionali.

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