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Sportvenerdì 31 luglio 2026

Addio a Franco Baresi, il capitano del Milan che ha segnato un’epoca

L’ex difensore, bandiera rossonera per vent’anni e campione del mondo nel 1982, si è spento a 66 anni dopo una lunga malattia che lo aveva colpito nell’agosto 2025.

La notizia, attesa e temuta, è arrivata all’alba di venerdì 31 luglio 2026: Franco Baresi non c’è più. A darne l’annuncio, con un comunicato carico di commozione, è stato il Milan, il club al quale l’ex difensore aveva legato l’intera esistenza sportiva e affettiva. «La storia del Milan è in lacrime», ha scritto la società, ricordando come «il suo esempio e la sua integrità resteranno per sempre nel DNA del club, proprio come la sua maglia numero 6». Baresi aveva 66 anni e da mesi combatteva contro un male scoperto nell’estate del 2025, quando un controllo di routine aveva rivelato un nodulo polmonare, asportato chirurgicamente e seguito da un ciclo di immunoterapia. Le sue condizioni, già fragili, si erano aggravate nelle ultime settimane, ma il capitano aveva voluto concedersi un’ultima passerella pubblica: a febbraio, nello stadio che fu il suo regno, aveva portato la fiaccola olimpica durante la cerimonia d’apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina, fianco a fianco con l’eterno rivale Giuseppe Bergomi.

Quella di Baresi è stata una carriera monolitica, scandita da un’unica maglia. Entrato nel settore giovanile rossonero nel 1974 dopo essere stato scartato dall’Inter, esordì in Serie A a 17 anni e non lasciò mai il Milan, nemmeno quando la squadra precipitò due volte in Serie B. Capitano a soli 22 anni, divenne il perno della difesa che, assieme a Paolo Maldini, Mauro Tassotti e Alessandro Costacurta, avrebbe terrorizzato gli attaccanti di tutta Europa. Sotto la guida di Arrigo Sacchi e poi di Fabio Capello, Baresi alzò sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e una collezione di Supercoppe, imponendosi come l’ultimo grande libero del calcio italiano, capace di leggere il gioco con un anticipo che il regista Werner Herzog paragonò alla comprensione dello spazio amazzonico. Quando si ritirò, nel 1997, il Milan ritirò per sempre la sua maglia numero 6, un onore mai concesso prima.

Con la Nazionale, Baresi visse trionfi e drammi. Fece parte della spedizione vittoriosa al Mondiale di Spagna ’82, senza scendere in campo, e fu tra i protagonisti del terzo posto a Italia ’90. Ma l’immagine più indelebile resta quella di Pasadena, nel 1994: operato al menisco durante il torneo, rientrò dopo appena 25 giorni per giocare una finale monumentale contro il Brasile, annullando Romário e Bebeto per 120 minuti. Poi, dal dischetto, calciò alto il primo rigore azzurro e scoppiò in lacrime. Un errore che non scalfì la sua statura, ma anzi ne rivelò la dimensione umana.

La scomparsa di Baresi ha suscitato un’ondata di cordoglio unanime. Paolo Maldini, che con lui condivise tredici stagioni, gli ha dedicato una lettera struggente: «Mi hai protetto quando ero bambino, guidato da ragazzo e ispirato da uomo. Sei stato il calciatore più forte con cui abbia mai giocato». L’Inter, storica rivale, lo ha salutato come «protagonista delle grandi sfide del derby e figura che ha definito la storia della rivalità». La Juventus ha ricordato «classe, stile, leadership e rispetto dentro e fuori dal campo». Anche la politica si è unita al lutto: la premier Giorgia Meloni ha parlato di «esempio di lealtà, serietà e dedizione», mentre il presidente della Figc Giovanni Malagò ha sottolineato la «scelta romantica» di una carriera spesa per due soli colori.

Vicepresidente onorario del Milan dal 2020, Baresi non aveva mai spezzato il cordone ombelicale con il club che lo aveva adottato dopo la perdita precoce dei genitori. La sua ultima immagine pubblica, con la fiaccola in mano e il volto segnato dalla malattia, è già un simbolo. Se ne va l’uomo che Diego Maradona definì «il massimo come difensore», e con lui si chiude un capitolo irripetibile del calcio italiano, quello in cui una maglia poteva diventare una seconda pelle e un capitano, semplicemente alzando un braccio, metteva in fuorigioco il tempo.

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venerdì 31 luglio 2026

Addio a Franco Baresi, il capitano del Milan che ha segnato un’epoca

L’ex difensore, bandiera rossonera per vent’anni e campione del mondo nel 1982, si è spento a 66 anni dopo una lunga malattia che lo aveva colpito nell’agosto 2025.

La notizia, attesa e temuta, è arrivata all’alba di venerdì 31 luglio 2026: Franco Baresi non c’è più. A darne l’annuncio, con un comunicato carico di commozione, è stato il Milan, il club al quale l’ex difensore aveva legato l’intera esistenza sportiva e affettiva. «La storia del Milan è in lacrime», ha scritto la società, ricordando come «il suo esempio e la sua integrità resteranno per sempre nel DNA del club, proprio come la sua maglia numero 6». Baresi aveva 66 anni e da mesi combatteva contro un male scoperto nell’estate del 2025, quando un controllo di routine aveva rivelato un nodulo polmonare, asportato chirurgicamente e seguito da un ciclo di immunoterapia. Le sue condizioni, già fragili, si erano aggravate nelle ultime settimane, ma il capitano aveva voluto concedersi un’ultima passerella pubblica: a febbraio, nello stadio che fu il suo regno, aveva portato la fiaccola olimpica durante la cerimonia d’apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina, fianco a fianco con l’eterno rivale Giuseppe Bergomi.

Quella di Baresi è stata una carriera monolitica, scandita da un’unica maglia. Entrato nel settore giovanile rossonero nel 1974 dopo essere stato scartato dall’Inter, esordì in Serie A a 17 anni e non lasciò mai il Milan, nemmeno quando la squadra precipitò due volte in Serie B. Capitano a soli 22 anni, divenne il perno della difesa che, assieme a Paolo Maldini, Mauro Tassotti e Alessandro Costacurta, avrebbe terrorizzato gli attaccanti di tutta Europa. Sotto la guida di Arrigo Sacchi e poi di Fabio Capello, Baresi alzò sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e una collezione di Supercoppe, imponendosi come l’ultimo grande libero del calcio italiano, capace di leggere il gioco con un anticipo che il regista Werner Herzog paragonò alla comprensione dello spazio amazzonico. Quando si ritirò, nel 1997, il Milan ritirò per sempre la sua maglia numero 6, un onore mai concesso prima.

Con la Nazionale, Baresi visse trionfi e drammi. Fece parte della spedizione vittoriosa al Mondiale di Spagna ’82, senza scendere in campo, e fu tra i protagonisti del terzo posto a Italia ’90. Ma l’immagine più indelebile resta quella di Pasadena, nel 1994: operato al menisco durante il torneo, rientrò dopo appena 25 giorni per giocare una finale monumentale contro il Brasile, annullando Romário e Bebeto per 120 minuti. Poi, dal dischetto, calciò alto il primo rigore azzurro e scoppiò in lacrime. Un errore che non scalfì la sua statura, ma anzi ne rivelò la dimensione umana.

La scomparsa di Baresi ha suscitato un’ondata di cordoglio unanime. Paolo Maldini, che con lui condivise tredici stagioni, gli ha dedicato una lettera struggente: «Mi hai protetto quando ero bambino, guidato da ragazzo e ispirato da uomo. Sei stato il calciatore più forte con cui abbia mai giocato». L’Inter, storica rivale, lo ha salutato come «protagonista delle grandi sfide del derby e figura che ha definito la storia della rivalità». La Juventus ha ricordato «classe, stile, leadership e rispetto dentro e fuori dal campo». Anche la politica si è unita al lutto: la premier Giorgia Meloni ha parlato di «esempio di lealtà, serietà e dedizione», mentre il presidente della Figc Giovanni Malagò ha sottolineato la «scelta romantica» di una carriera spesa per due soli colori.

Vicepresidente onorario del Milan dal 2020, Baresi non aveva mai spezzato il cordone ombelicale con il club che lo aveva adottato dopo la perdita precoce dei genitori. La sua ultima immagine pubblica, con la fiaccola in mano e il volto segnato dalla malattia, è già un simbolo. Se ne va l’uomo che Diego Maradona definì «il massimo come difensore», e con lui si chiude un capitolo irripetibile del calcio italiano, quello in cui una maglia poteva diventare una seconda pelle e un capitano, semplicemente alzando un braccio, metteva in fuorigioco il tempo.

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