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martedì 5 maggio 2026

Emirati Arabi Uniti escono dall’OPEC: una scelta che ridefinisce gli equilibri del Golfo

Abu Dhabi lascia il cartello dal 1° maggio, rivendicando autonomia produttiva. Una mossa che ridisegna la geografia energetica e le relazioni con Riad.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno ufficialmente abbandonato l’OPEC e l’alleanza allargata OPEC+ il primo maggio, chiudendo un capitolo lungo quasi sessant’anni. La decisione, annunciata dal ministro dell’Industria e CEO di ADNOC Sultan Al Jaber, non è stata presentata come un atto ostile, bensì come il perno di un più vasto riassetto economico. «Non è una mossa contro nessuno», ha dichiarato Al Jaber durante il forum Make it in the Emirates, spiegando che l’uscita serve gli interessi nazionali e l’obiettivo di accelerare investimenti e crescita industriale. La retorica ufficiale, però, non basta a nascondere la crepa apertasi nel cuore del Golfo: da anni Abu Dhabi chiedeva quote di produzione più alte per sfruttare la propria capacità, mentre Riad, guardiana della disciplina collettiva, frenava. La tensione si è fatta insostenibile con l’inasprirsi del conflitto iraniano e la crisi della navigazione nello Stretto di Hormuz, che ha già spinto i prezzi del greggio su livelli preoccupanti per l’Europa intera.

Dal punto di vista di Riad, la defezione emiratina rappresenta un grave colpo alla coesione del cartello. Per decenni l’OPEC è stato lo strumento con cui l’Arabia Saudita ha pilotato i mercati, e la perdita del secondo produttore del Golfo ne indebolisce l’autorità. Secondo gli analisti di Bruxelles, il rischio concreto è che altri membri seguano l’esempio, frammentando un sistema già sotto stress per la transizione energetica. Pechino, al contrario, osserva con attenzione: una maggiore flessibilità emiratina potrebbe tradursi in forniture più stabili per la Cina, primo importatore mondiale di greggio, e in un rafforzamento dei legami bilaterali al di fuori del perimetro saudita. L’Iran, stretto dalle sanzioni e dal recente cessate il fuoco con Israele e Stati Uniti, coglie l’occasione per riallinearsi: Teheran vede nella scelta di Abu Dhabi un’opportunità per rompere l’isolamento e costruire nuovi canali di cooperazione regionale, pur restando diffidente verso un rivale che si muove sempre più come potenza autonoma.

La mossa si inserisce in un programma più ampio di rafforzamento della sovranità economica, come dimostrano le cifre del forum di Abu Dhabi. Gli investitori locali hanno immesso nell’economia domestica oltre 119 miliardi di dollari nell’ultimo anno, più del doppio degli investimenti diretti esteri, e gli Emirati puntano ora a moltiplicare la capacità manifatturiera e logistica. «Investire negli Emirati non è più un’opzione, ma una priorità nazionale», ha scandito Al Jaber, mentre il ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei ha rivendicato il diritto di produrre senza vincoli per onorare gli impegni con i partner finanziari. Per l’Italia e l’Europa, alle prese con la necessità di diversificare le fonti dopo la rottura con Mosca, la nuova libertà di Abu Dhabi potrebbe aprire canali alternativi di approvvigionamento, ma anche esporle a maggiore volatilità dei prezzi, in un mercato privo del vecchio ombrello regolatore. Il futuro dell’OPEC si gioca ora sulla capacità di Riad di trattenere gli alleati, e sulla volontà di Abu Dhabi di dimostrare che la propria indipendenza può convivere con una cooperazione globale frammentata ma ancora possibile.

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martedì 5 maggio 2026

Emirati Arabi Uniti escono dall’OPEC: una scelta che ridefinisce gli equilibri del Golfo

Abu Dhabi lascia il cartello dal 1° maggio, rivendicando autonomia produttiva. Una mossa che ridisegna la geografia energetica e le relazioni con Riad.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno ufficialmente abbandonato l’OPEC e l’alleanza allargata OPEC+ il primo maggio, chiudendo un capitolo lungo quasi sessant’anni. La decisione, annunciata dal ministro dell’Industria e CEO di ADNOC Sultan Al Jaber, non è stata presentata come un atto ostile, bensì come il perno di un più vasto riassetto economico. «Non è una mossa contro nessuno», ha dichiarato Al Jaber durante il forum Make it in the Emirates, spiegando che l’uscita serve gli interessi nazionali e l’obiettivo di accelerare investimenti e crescita industriale. La retorica ufficiale, però, non basta a nascondere la crepa apertasi nel cuore del Golfo: da anni Abu Dhabi chiedeva quote di produzione più alte per sfruttare la propria capacità, mentre Riad, guardiana della disciplina collettiva, frenava. La tensione si è fatta insostenibile con l’inasprirsi del conflitto iraniano e la crisi della navigazione nello Stretto di Hormuz, che ha già spinto i prezzi del greggio su livelli preoccupanti per l’Europa intera.

Dal punto di vista di Riad, la defezione emiratina rappresenta un grave colpo alla coesione del cartello. Per decenni l’OPEC è stato lo strumento con cui l’Arabia Saudita ha pilotato i mercati, e la perdita del secondo produttore del Golfo ne indebolisce l’autorità. Secondo gli analisti di Bruxelles, il rischio concreto è che altri membri seguano l’esempio, frammentando un sistema già sotto stress per la transizione energetica. Pechino, al contrario, osserva con attenzione: una maggiore flessibilità emiratina potrebbe tradursi in forniture più stabili per la Cina, primo importatore mondiale di greggio, e in un rafforzamento dei legami bilaterali al di fuori del perimetro saudita. L’Iran, stretto dalle sanzioni e dal recente cessate il fuoco con Israele e Stati Uniti, coglie l’occasione per riallinearsi: Teheran vede nella scelta di Abu Dhabi un’opportunità per rompere l’isolamento e costruire nuovi canali di cooperazione regionale, pur restando diffidente verso un rivale che si muove sempre più come potenza autonoma.

La mossa si inserisce in un programma più ampio di rafforzamento della sovranità economica, come dimostrano le cifre del forum di Abu Dhabi. Gli investitori locali hanno immesso nell’economia domestica oltre 119 miliardi di dollari nell’ultimo anno, più del doppio degli investimenti diretti esteri, e gli Emirati puntano ora a moltiplicare la capacità manifatturiera e logistica. «Investire negli Emirati non è più un’opzione, ma una priorità nazionale», ha scandito Al Jaber, mentre il ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei ha rivendicato il diritto di produrre senza vincoli per onorare gli impegni con i partner finanziari. Per l’Italia e l’Europa, alle prese con la necessità di diversificare le fonti dopo la rottura con Mosca, la nuova libertà di Abu Dhabi potrebbe aprire canali alternativi di approvvigionamento, ma anche esporle a maggiore volatilità dei prezzi, in un mercato privo del vecchio ombrello regolatore. Il futuro dell’OPEC si gioca ora sulla capacità di Riad di trattenere gli alleati, e sulla volontà di Abu Dhabi di dimostrare che la propria indipendenza può convivere con una cooperazione globale frammentata ma ancora possibile.

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