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Giustizia e Dirittosabato 23 maggio 2026

Esecuzioni in Iran: la magistratura tra repressione e cortocircuiti procedurali

Confermata la condanna a morte di tre giovani manifestanti, mentre il caso Ekbatan svela una giustizia a doppio binario. Il regime accelera le esecuzioni con procedure opache.

La conferma in Cassazione delle condanne a morte per Ehsan Hosseinipour, Matin Mohammadi ed Erfan Amiri – arrestati durante le proteste del dicembre 2024 e accusati di aver incendiato una moschea a Pakdasht – getta una luce sinistra sull’accelerazione del ciclo repressivo in Iran. I tre, all’epoca minorenni o appena maggiorenni, sono ora in attesa di esecuzione, in un clima di crescente sospetto verso un apparato giudiziario che, secondo fonti vicine ai movimenti per i diritti umani con sede negli Stati Uniti, sta procedendo «con intensità e rapidità» dopo l’inasprirsi della tensione bellica con Israele e Washington.

Quella rapidità è denunciata anche sul fronte interno, come emerge dall’analisi pubblicata dalla BBC persiana, che parla di un triangolo tra la magistratura, alcuni avvocati «di sicurezza» e l’agenzia ufficiosa Mizan: un meccanismo che consente di emettere e rendere esecutive sentenze capitali con motivazioni vaghe, prive dei dettagli che un processo equo richiederebbe. L’esecuzione lampo di Ramin Zaleh e Karim Maroufpour, condannati per presunta appartenenza a gruppi separatisti senza che venissero mai chiariti tempi e modalità dell’arresto, ha accresciuto le perplessità e conferma un modus operandi che mira a colpire il dissenso a ogni latitudine.

Mentre il regime moltiplica le esecuzioni, un diverso tipo di cortocircuito è emerso intorno al caso del quartiere Ekbatan di Teheran. Sei persone erano state condannate a morte per il presunto coinvolgimento nell’uccisione del basiji Arman Aliverdi durante le rivolte del 2022, ma dopo il rinvio della Corte Suprema, una corte penale ha assolto tre imputati e condannato gli altri a cinque anni di reclusione e al pagamento della diyeh, il prezzo del sangue. La magistratura – con una nota ufficiale ripresa dai media iraniani – ha poi precisato che il procedimento dinanzi al tribunale rivoluzionario «resta aperto», segnalando un sistema a doppio binario in cui l’accusa di moharebeh (ostilità contro Dio) può ancora sovrapporsi all’assoluzione parziale. Nell’ottica di Teheran, la differenza tra la condanna a morte per alcuni imputati e la sola reclusione per altri si spiega con la natura tecnica dei capi di imputazione: chi ha agito materialmente per conto di regimi stranieri è punito in via rivoluzionaria, mentre il mero concorso nell’omicidio resta confinato alla giustizia ordinaria.

Agli occhi degli analisti di Bruxelles, questa distinzione conferma la natura politica della repressione e la volontà di mantenere uno strumento di deterrenza estrema contro ogni forma di dissenso, compresi i movimenti di piazza che, dalla morte di Mahsa Amini a oggi, hanno scosso il Paese. L’Italia e l’Unione Europea si trovano di fronte a un delicato bivio diplomatico: continuare il dialogo critico con Teheran o irrigidire le sanzioni, mentre il sistema giudiziario iraniano appare sempre più piegato a una logica di guerra interna, dove l’esecuzione rapida vale come messaggio tanto alla popolazione quanto agli attori regionali ostili.

Divergenza — chi la racconta come
31%Media
3 blocchi · posizioni da −0.90 a −0.20
CriticoFavorevole
IRNEURATL
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa iraniana e affini−0.80critical
Stampa europea continentale−0.20neutral
Stampa atlantica / anglosfera−0.90critical
Stampa iraniana e affini−0.80

La diaspora iraniana e i media critici evidenziano la posizione contraddittoria della giustizia: mentre conferma condanne a morte per tre minorenni coinvolti in proteste, annulla altre sentenze. Condannano le esecuzioni rapide e la mancanza di trasparenza, vedendole come parte di una repressione più ampia del dissenso in un contesto di tensioni belliche. La conferma di condanne a morte per minori è descritta come una violazione del diritto internazionale e un segno di disperazione.

AllarmeIndignazione
Stampa europea continentale−0.20

I media dell'Europa continentale riportano la decisione del tribunale nel caso Ekbatan, dove tre imputati sono stati assolti e tre condannati a carcere e diya, ma la magistratura insiste che il caso è ancora aperto. La copertura è fattuale, notando la contraddizione tra i verdetti diffusi e la posizione ufficiale. Si astiene da critiche aspre ma implica scetticismo sulla trasparenza giudiziaria.

DistaccoScetticismo
Stampa atlantica / anglosfera−0.90

La stampa atlantica, in particolare quella progressista, descrive la situazione come un allarmante inasprimento della repressione statale, avvertendo che sono imminenti altre esecuzioni. Sottolineano la crisi dei diritti umani e chiedono un intervento internazionale, dipingendo la magistratura iraniana come arbitraria e spietata. Le condanne a morte confermate per minorenni sono evidenziate come una violazione particolarmente grave, alimentando indignazione e appelli urgenti.

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sabato 23 maggio 2026

Esecuzioni in Iran: la magistratura tra repressione e cortocircuiti procedurali

Confermata la condanna a morte di tre giovani manifestanti, mentre il caso Ekbatan svela una giustizia a doppio binario. Il regime accelera le esecuzioni con procedure opache.

La conferma in Cassazione delle condanne a morte per Ehsan Hosseinipour, Matin Mohammadi ed Erfan Amiri – arrestati durante le proteste del dicembre 2024 e accusati di aver incendiato una moschea a Pakdasht – getta una luce sinistra sull’accelerazione del ciclo repressivo in Iran. I tre, all’epoca minorenni o appena maggiorenni, sono ora in attesa di esecuzione, in un clima di crescente sospetto verso un apparato giudiziario che, secondo fonti vicine ai movimenti per i diritti umani con sede negli Stati Uniti, sta procedendo «con intensità e rapidità» dopo l’inasprirsi della tensione bellica con Israele e Washington.

Quella rapidità è denunciata anche sul fronte interno, come emerge dall’analisi pubblicata dalla BBC persiana, che parla di un triangolo tra la magistratura, alcuni avvocati «di sicurezza» e l’agenzia ufficiosa Mizan: un meccanismo che consente di emettere e rendere esecutive sentenze capitali con motivazioni vaghe, prive dei dettagli che un processo equo richiederebbe. L’esecuzione lampo di Ramin Zaleh e Karim Maroufpour, condannati per presunta appartenenza a gruppi separatisti senza che venissero mai chiariti tempi e modalità dell’arresto, ha accresciuto le perplessità e conferma un modus operandi che mira a colpire il dissenso a ogni latitudine.

Mentre il regime moltiplica le esecuzioni, un diverso tipo di cortocircuito è emerso intorno al caso del quartiere Ekbatan di Teheran. Sei persone erano state condannate a morte per il presunto coinvolgimento nell’uccisione del basiji Arman Aliverdi durante le rivolte del 2022, ma dopo il rinvio della Corte Suprema, una corte penale ha assolto tre imputati e condannato gli altri a cinque anni di reclusione e al pagamento della diyeh, il prezzo del sangue. La magistratura – con una nota ufficiale ripresa dai media iraniani – ha poi precisato che il procedimento dinanzi al tribunale rivoluzionario «resta aperto», segnalando un sistema a doppio binario in cui l’accusa di moharebeh (ostilità contro Dio) può ancora sovrapporsi all’assoluzione parziale. Nell’ottica di Teheran, la differenza tra la condanna a morte per alcuni imputati e la sola reclusione per altri si spiega con la natura tecnica dei capi di imputazione: chi ha agito materialmente per conto di regimi stranieri è punito in via rivoluzionaria, mentre il mero concorso nell’omicidio resta confinato alla giustizia ordinaria.

Agli occhi degli analisti di Bruxelles, questa distinzione conferma la natura politica della repressione e la volontà di mantenere uno strumento di deterrenza estrema contro ogni forma di dissenso, compresi i movimenti di piazza che, dalla morte di Mahsa Amini a oggi, hanno scosso il Paese. L’Italia e l’Unione Europea si trovano di fronte a un delicato bivio diplomatico: continuare il dialogo critico con Teheran o irrigidire le sanzioni, mentre il sistema giudiziario iraniano appare sempre più piegato a una logica di guerra interna, dove l’esecuzione rapida vale come messaggio tanto alla popolazione quanto agli attori regionali ostili.

Divergenza — chi la racconta come
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Stampa iraniana e affini−0.80

La diaspora iraniana e i media critici evidenziano la posizione contraddittoria della giustizia: mentre conferma condanne a morte per tre minorenni coinvolti in proteste, annulla altre sentenze. Condannano le esecuzioni rapide e la mancanza di trasparenza, vedendole come parte di una repressione più ampia del dissenso in un contesto di tensioni belliche. La conferma di condanne a morte per minori è descritta come una violazione del diritto internazionale e un segno di disperazione.

AllarmeIndignazione
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I media dell'Europa continentale riportano la decisione del tribunale nel caso Ekbatan, dove tre imputati sono stati assolti e tre condannati a carcere e diya, ma la magistratura insiste che il caso è ancora aperto. La copertura è fattuale, notando la contraddizione tra i verdetti diffusi e la posizione ufficiale. Si astiene da critiche aspre ma implica scetticismo sulla trasparenza giudiziaria.

DistaccoScetticismo
Stampa atlantica / anglosfera−0.90

La stampa atlantica, in particolare quella progressista, descrive la situazione come un allarmante inasprimento della repressione statale, avvertendo che sono imminenti altre esecuzioni. Sottolineano la crisi dei diritti umani e chiedono un intervento internazionale, dipingendo la magistratura iraniana come arbitraria e spietata. Le condanne a morte confermate per minorenni sono evidenziate come una violazione particolarmente grave, alimentando indignazione e appelli urgenti.

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