
Esecuzioni in Iran: la magistratura tra repressione e cortocircuiti procedurali
Confermata la condanna a morte di tre giovani manifestanti, mentre il caso Ekbatan svela una giustizia a doppio binario. Il regime accelera le esecuzioni con procedure opache.
La conferma in Cassazione delle condanne a morte per Ehsan Hosseinipour, Matin Mohammadi ed Erfan Amiri – arrestati durante le proteste del dicembre 2024 e accusati di aver incendiato una moschea a Pakdasht – getta una luce sinistra sull’accelerazione del ciclo repressivo in Iran. I tre, all’epoca minorenni o appena maggiorenni, sono ora in attesa di esecuzione, in un clima di crescente sospetto verso un apparato giudiziario che, secondo fonti vicine ai movimenti per i diritti umani con sede negli Stati Uniti, sta procedendo «con intensità e rapidità» dopo l’inasprirsi della tensione bellica con Israele e Washington.
Quella rapidità è denunciata anche sul fronte interno, come emerge dall’analisi pubblicata dalla BBC persiana, che parla di un triangolo tra la magistratura, alcuni avvocati «di sicurezza» e l’agenzia ufficiosa Mizan: un meccanismo che consente di emettere e rendere esecutive sentenze capitali con motivazioni vaghe, prive dei dettagli che un processo equo richiederebbe. L’esecuzione lampo di Ramin Zaleh e Karim Maroufpour, condannati per presunta appartenenza a gruppi separatisti senza che venissero mai chiariti tempi e modalità dell’arresto, ha accresciuto le perplessità e conferma un modus operandi che mira a colpire il dissenso a ogni latitudine.
Mentre il regime moltiplica le esecuzioni, un diverso tipo di cortocircuito è emerso intorno al caso del quartiere Ekbatan di Teheran. Sei persone erano state condannate a morte per il presunto coinvolgimento nell’uccisione del basiji Arman Aliverdi durante le rivolte del 2022, ma dopo il rinvio della Corte Suprema, una corte penale ha assolto tre imputati e condannato gli altri a cinque anni di reclusione e al pagamento della diyeh, il prezzo del sangue. La magistratura – con una nota ufficiale ripresa dai media iraniani – ha poi precisato che il procedimento dinanzi al tribunale rivoluzionario «resta aperto», segnalando un sistema a doppio binario in cui l’accusa di moharebeh (ostilità contro Dio) può ancora sovrapporsi all’assoluzione parziale. Nell’ottica di Teheran, la differenza tra la condanna a morte per alcuni imputati e la sola reclusione per altri si spiega con la natura tecnica dei capi di imputazione: chi ha agito materialmente per conto di regimi stranieri è punito in via rivoluzionaria, mentre il mero concorso nell’omicidio resta confinato alla giustizia ordinaria.
Agli occhi degli analisti di Bruxelles, questa distinzione conferma la natura politica della repressione e la volontà di mantenere uno strumento di deterrenza estrema contro ogni forma di dissenso, compresi i movimenti di piazza che, dalla morte di Mahsa Amini a oggi, hanno scosso il Paese. L’Italia e l’Unione Europea si trovano di fronte a un delicato bivio diplomatico: continuare il dialogo critico con Teheran o irrigidire le sanzioni, mentre il sistema giudiziario iraniano appare sempre più piegato a una logica di guerra interna, dove l’esecuzione rapida vale come messaggio tanto alla popolazione quanto agli attori regionali ostili.
| Stampa iraniana e affini | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.90 | critical |
La diaspora iraniana e i media critici evidenziano la posizione contraddittoria della giustizia: mentre conferma condanne a morte per tre minorenni coinvolti in proteste, annulla altre sentenze. Condannano le esecuzioni rapide e la mancanza di trasparenza, vedendole come parte di una repressione più ampia del dissenso in un contesto di tensioni belliche. La conferma di condanne a morte per minori è descritta come una violazione del diritto internazionale e un segno di disperazione.
I media dell'Europa continentale riportano la decisione del tribunale nel caso Ekbatan, dove tre imputati sono stati assolti e tre condannati a carcere e diya, ma la magistratura insiste che il caso è ancora aperto. La copertura è fattuale, notando la contraddizione tra i verdetti diffusi e la posizione ufficiale. Si astiene da critiche aspre ma implica scetticismo sulla trasparenza giudiziaria.
La stampa atlantica, in particolare quella progressista, descrive la situazione come un allarmante inasprimento della repressione statale, avvertendo che sono imminenti altre esecuzioni. Sottolineano la crisi dei diritti umani e chiedono un intervento internazionale, dipingendo la magistratura iraniana come arbitraria e spietata. Le condanne a morte confermate per minorenni sono evidenziate come una violazione particolarmente grave, alimentando indignazione e appelli urgenti.
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