
ExxonMobil e Chevron incassano profitti record nel trimestre della guerra USA-Iran
Nel secondo trimestre 2026, le due major americane hanno più che raddoppiato gli utili, spinte dal greggio oltre i 100 dollari e da margini di raffinazione senza precedenti, mentre i consumatori subiscono rincari e razionamenti.
ExxonMobil ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto di 14,5 miliardi di dollari, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2025. Chevron ha registrato 12,1 miliardi, più che quadruplicando i 2,5 miliardi dell’anno precedente. I ricavi di Exxon sono saliti a 116 miliardi (+42%). In termini giornalieri, la compagnia ha guadagnato circa 160 milioni di dollari al giorno.
La causa scatenante è il conflitto tra Stati Uniti e Iran, che da sei mesi blocca lo Stretto di Hormuz, via di transito per un quinto del petrolio mondiale. Il greggio Brent è schizzato da 70 a oltre 100 dollari al barile, toccando punte di 126 dollari. A questo si aggiunge la distruzione di capacità di raffinazione in Medio Oriente e in Russia: secondo Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, il mondo ha perso tra 6 e 7 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione, spingendo i margini delle raffinerie superstiti a livelli record, tra 50 e 60 dollari a barile.
Le major americane hanno beneficiato direttamente di questa situazione. Exxon ha mantenuto una produzione di 4,51 milioni di barili equivalenti al giorno, con un record nel bacino Permiano, e ha aumentato la produzione di raffinati. Chevron ha visto la produzione mondiale crescere del 20%. Entrambe hanno restituito miliardi agli azionisti: Exxon ha distribuito 9,4 miliardi tra dividendi (4,3 miliardi) e riacquisto di azioni proprie (5,1 miliardi). Sul fronte dei consumatori, il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone, e in paesi come Australia, Nepal e Sri Lanka si sono verificati razionamenti e chiusure di uffici pubblici. Il Climate Solutions Lab della Brown University stima che la guerra sia costata ai consumatori oltre 76 miliardi di dollari in maggiori spese per carburanti.
La reazione politica non si è fatta attendere. Il presidente Trump ha dichiarato di aver incaricato il Dipartimento di Giustizia di indagare sul mancato calo dei prezzi alla pompa. Al Congresso, i democratici hanno presentato proposte di legge per una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, con l’obiettivo di redistribuire il gettito ai cittadini. Il conflitto, giunto al sesto mese, mantiene lo Stretto di Hormuz bloccato e l’offerta globale sotto pressione, lasciando il mercato in una condizione di estrema volatilità.
| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.50 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.60 | critical |
| Stampa iraniana e affini | −0.90 | critical |
Il raddoppio dell'utile netto trimestrale di ExxonMobil a 14,53 miliardi di dollari è dovuto all'impennata dei prezzi energetici dopo l'inizio delle operazioni militari in Medio Oriente; si tratta di un semplice risultato finanziario.
Presentando i dati finanziari senza contesto morale, il profitto appare come un naturale esito di mercato, evitando ogni attribuzione di responsabilità per la guerra.
La sofferenza umana della guerra e quella dei consumatori sono assenti dal resoconto, che si concentra solo sugli utili aziendali.
Questi profitti straordinari sono il frutto della guerra; i consumatori pagano il prezzo mentre le compagnie petrolifere incassano guadagni inaspettati.
L'uso ripetuto del termine 'straordinario' e 'guadagno inaspettato' insieme al riferimento esplicito alla guerra costruisce un nesso causale implicito tra conflitto e profitto, spingendo il lettore verso una condanna morale.
Le giustificazioni delle aziende (ad esempio, performance operative, forza del portafoglio) sono menzionate ma non soppesate rispetto alla critica morale; il contesto geopolitico più ampio della guerra è anche minimizzato.
I consumatori soffrono per gli alti costi del carburante mentre le compagnie petrolifere accumulano profitti record – è ingiusto.
La narrazione si concentra sulle difficoltà dei consumatori (sofferenza, carenze) e le contrappone ai profitti aziendali, creando un'equazione emotiva di iniquità che invita all'indignazione.
Mancano le cifre specifiche dei profitti e le spiegazioni delle aziende; anche il ruolo del governo statunitense nel conflitto non viene discusso.
Le compagnie americane si arricchiscono con il sangue iraniano; il mondo deve vedere questa ingiustizia.
La metafora del 'dolce sapore dalla guerra' e il contrasto con la sofferenza dei cittadini trasformano i profitti aziendali in un furto morale, delegittimando le aziende e la guerra stessa.
L'articolo omette qualsiasi menzione del ruolo dell'Iran nel conflitto (ad esempio, attacchi alla navigazione) e presenta la guerra esclusivamente come aggressione statunitense senza contesto.
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