
Francia 2027: l’accordo segreto Attal-Philippe per fermare l’incubo Mélenchon-Le Pen
A un anno dal voto, il fronte moderato si prepara a un patto di desistenza. Intanto Mélenchon divide la sinistra, Zemmour torna a insidiare Le Pen.
La campagna per l’Eliseo del 2027 si apre con una mossa che ha il sapore di un rompicapo politico. Gabriel Attal ha lasciato intendere di aver raggiunto con Édouard Philippe un accordo implicito: il meno quotato tra i due si ritirerà all’inizio dell’anno elettorale, ma solo se il pericolo sarà un ballottaggio tra La France Insoumise e il Rassemblement National. «Non vogliamo un secondo turno terribile per i francesi», ha dichiarato l’ex premier, dando a intendere che l’unità del blocco macronista è l’unica diga contro lo scenario peggiore. A Bruxelles seguono con apprensione queste manovre, perché un asse Parigi-Berlino già fragile non reggerebbe l’urto di una presidenza Mélenchon o Le Pen.
Nel frattempo, il campo moderato si sfalda sotto i colpi delle ambizioni personali. Élisabeth Borne ha abbandonato la guida di Renaissance, in aperto dissenso con la linea di Attal, e Sébastien Lecornu tenta di ricucire lo strappo convocando i deputati del suo blocco parlamentare. Ma è Édouard Philippe a pagare il prezzo più alto: il barometro della statura presidenziale lo vede crollare di cinque punti percentuali sulle competenze e sulla visione per il futuro. L’effetto della rielezione a Le Havre si è già spento, e il suo rifiuto di accelerare i tempi della campagna – lui che parla di un progetto «massivo» ma ancora vago – comincia a logorare la base. Dalla prospettiva di Pechino, un Philippe indebolito è una cattiva notizia: era considerato il candidato più prevedibile per i rapporti commerciali con la Cina.
Sull’altro versante, lo spettro del caos viene da sinistra. Jean-Luc Mélenchon, il tribuno della France Insoumise, sogna di arrivare al secondo turno, ma gli analisti di Zurigo lo descrivono come «il più pericoloso divisore della Francia». La sua retorica rivoluzionaria, che incrocia un’elettorato in cerca di difesa dello Stato sociale, rischia di spianare la strada ai nazionalisti: se entrasse al ballottaggio, Mélenchon diventerebbe il traghettatore di Le Pen. Non a caso, a Parigi si mormora che il vero obiettivo dell’asse Attal-Philippe sia proprio impedire che la sinistra radicale raggiunga la sfida finale. Intanto, dalla destra estrema, Éric Zemmour torna a fare campagna con il suo partito Reconquête!, forte di un elettorato urbano e istruito che considera Marine Le Pen troppo moderata. Le sue teorie islamofobe e identitarie, raccontate senza veli da El País, rischiano di frammentare ulteriormente il voto sovranista.
Guardando avanti, l’equazione è chiara: se il centro non troverà un candidato unico prima dell’estate, la frana sarà inevitabile. L’Italia osserva con attenzione, perché una Francia instabile significherebbe un’Europa senza timone, con ripercussioni immediate sulle politiche migratorie e sui bilanci comunitari. I prossimi mesi diranno se la strategia del «ritiro concordato» reggerà o se l’ego dei protagonisti prevarrà sul senso di sopravvivenza.
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