
Germania fuori ai rigori col Paraguay, il progetto Nagelsmann vacilla e Klopp è già un’ombra
L’eliminazione ai sedicesimi di finale del Mondiale 2026, la terza uscita precoce consecutiva, scatena una crisi che travolge il ct, divide lo spogliatoio e riapre il dibattito sull’identità del calcio tedesco.
La notte di Boston restituisce l’immagine di una Germania smarrita, incapace di reggere il peso di un ottavo di finale che sulla carta le sarebbe dovuto appartenere. Contro il Paraguay finisce 1-1 dopo centoventi minuti, con il gol di Kai Havertz che illude e il colpo di testa di Julio Enciso che gela. Poi la lotteria dei rigori: Manuel Neuer neutralizza un tentativo, ma i tedeschi falliscono tre volte – Havertz, Woltemade e, al sesto e decisivo penalty, Jonathan Tah, difensore senza alcuna esperienza dal dischetto. La scelta di Tah non è casuale: secondo le ricostruzioni della stampa tedesca, Leon Goretzka avrebbe rifiutato per due volte l’invito del capitano Joshua Kimmich a presentarsi sul pallone, lasciando il compito a un compagno inesperto. Un dettaglio che per molti commentatori d’Oltralpe sintetizza una squadra in cui la responsabilità, nel momento più duro, è diventata un peso da scaricare.
L’immediato dopopartita è un concentrato di tensioni. Julian Nagelsmann, il ct più giovane della storia della Mannschaft, affronta la giornalista Lili Engels della ZDF con una postura difensiva che i media tedeschi definiscono “un disastro comunicativo”: «Non sono uno che scappa», ripete, e si dice disponibile a guidare la nazionale fino all’Europeo del 2028. Il presidente della DFB, Bernd Neuendorf, annuncia un’analisi approfondita nei giorni successivi, mentre il direttore sportivo Rudi Völler, pur confermando la stima per il tecnico, ammette di essere «realista» e di non decidere da solo. Intanto il nome di Jürgen Klopp, attuale responsabile globale del calcio per Red Bull, torna a circolare con insistenza: secondo fonti vicine alla federazione, l’ex Liverpool sarebbe disposto ad ascoltare un’eventuale proposta, sebbene il suo contratto fino al 2029 non preveda clausole di uscita. Klopp, da commentatore televisivo, si limita a osservare che «non è il momento giusto per parlarne».
La crisi, però, non è solo tecnica. L’ex capitano Lothar Matthäus, campione del mondo nel 1990, accusa la presenza ingombrante di mogli e fidanzate dei giocatori, che avrebbe generato gelosie e distrazioni fin dalle prime settimane del ritiro negli Stati Uniti. «Troppe famiglie, troppi privilegi: l’attenzione non era sul Mondiale», tuona, evocando il precedente del 1994. Oliver Kahn, dal canto suo, sposta il mirino: «Tre commissari tecnici diversi, tre fallimenti allo stesso punto. Il problema è la mancanza di giocatori che pretendono il pallone nei momenti decisivi». Bastian Schweinsteiger rincara: «Abbiamo perso il nostro DNA, siamo mediocri e non è un caso». Mentre il cancelliere Merz prova un goffo messaggio di orgoglio nazionale subito corretto dopo la valanga di critiche, il direttore della Bild Marion Horn allarga lo sguardo all’intero Paese, parlando di una Germania «al massimo di seconda categoria» anche nell’economia.
Per l’Italia, assente per la terza volta consecutiva, lo psicodramma tedesco ha il sapore amaro di uno specchio. L’Olanda di Koeman, eliminata anch’essa ai rigori dal Marocco, completa il quadro di una vecchia nobiltà calcistica europea che arranca. La Germania, quattro volte campione del mondo, non supera un turno a eliminazione diretta dal 2014 e ora si trova davanti a un bivio: confermare un progetto che Nagelsmann giura di voler portare avanti, oppure voltare pagina affidandosi a un nome capace di risvegliare l’orgoglio smarrito. La decisione è attesa entro pochi giorni, con la prospettiva dell’Europeo 2028 già alle porte e la consapevolezza che, senza una scossa, il declino rischia di diventare irreversibile.
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