
Globi d’Oro aprono all’IA ma difendono l’attore: nuove regole tra trasparenza e creatività umana
La premiazione hollywoodiana accetta l’uso dell’intelligenza artificiale nei film, purché la direzione artistica resti umana. Vietate le interpretazioni interamente generate.
La notizia è destinata a segnare una svolta nel rapporto tra cinema e tecnologia: i Golden Globes hanno annunciato che, a partire dalla prossima stagione, le produzioni che impiegano strumenti di intelligenza artificiale generativa potranno concorrere regolarmente ai premi, a patto di rispettare il principio secondo cui la direzione creativa, il giudizio artistico e l’autoria restino saldamente umani. La decisione, diffusa giovedì scorso dall’Associazione della Stampa Estera di Hollywood, rappresenta un tentativo di conciliare l’innovazione tecnologica con la difesa del lavoro artistico, in un momento in cui l’IA generativa sta ridefinendo i confini della produzione audiovisiva. La mossa non è stata accolta senza critiche: secondo gli osservatori di Bruxelles, il regolamento rischia di creare un precedente ambiguo per i premi europei, dove si discute da mesi se escludere del tutto le opere realizzate con un contributo algoritmico significativo.
A Hollywood, invece, l’orientamento è più pragmatico: si cerca di evitare boicottaggi da parte dei grandi studi, già pronti a integrare l’IA nei processi di post-produzione e effetti visivi, ma senza rinunciare al marchio dell’autorialità umana. La novella regola per le categorie interpretative è tra le più delicate: le performance devono essere «primariamente derivate dal lavoro dell’artista accreditato», il che significa che un attore potrà avvalersi di correzioni digitali o di un volto ringiovanito dall’IA, ma non essere sostituito integralmente da un avatar sintetico. Nella prospettiva di Pechino, dove il mercato cinematografico sta sperimentando con entusiasmo le tecnologie deepfake, la clausola appare come un freno alla completa automazione del talento.
Per l’Italia, paese che vive di artigianato artistico e di interpreti formati nelle accademie tradizionali, il segnale è duplice: da un lato, la conferma che il corpo e la voce dell’attore restano il cuore del racconto, dall’altro la consapevolezza che il cinema nazionale dovrà attrezzarsi per dialogare con queste nuove frontiere. La richiesta di trasparenza – ogni opera dovrà dichiarare l’uso dell’IA in ogni fase creativa – è forse l’aspetto più innovativo: impone agli studi una responsabilità documentale che potrebbe diventare lo standard anche per gli Oscar, la cui prossima edizione potrebbe adottare norme simili. Guardando avanti, la scelta dei Globes apre una discussione che riguarda non solo il cinema, ma la definizione stessa di creatività nell’era delle macchine.
Se da un lato si tutela l’attore, dall’altro si legittima un’industria dove l’algoritmo diventa co-autore: resta da vedere se il pubblico, e la critica, sapranno distinguere ancora tra artificio e arte.
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