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mercoledì 29 aprile 2026

Il grano conteso di Haifa: Kiev accusa, Israele replica, l’Ue osserva

L’ultimo fronte dello scontro sul grano ucraino non corre lungo la linea del fronte ma lambisce le banchine del porto di Haifa. Martedì il presidente Volodymyr Zelensky ha scelto i social network per accusare Israele di acquistare consapevolmente derrate «rubate» dalla Russia nei territori occupati dell’Ucraina, minacciando sanzioni contro armatori e intermediari che lucrano su «un meccanismo criminale». L’annuncio è arrivato dopo che una seconda nave – la Panormitis, già in rada nel golfo di Haifa – si apprestava a scaricare un carico che Kiev ritiene provenga dalle regioni sotto controllo russo. La tensione era già salita nei giorni precedenti, quando il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha aveva convocato l’ambasciatore israeliano parlando di «inazione» di fronte a un commercio illegittimo che mette a rischio i rapporti bilaterali.

Secondo la ricostruzione di Kiev, Rosja avrebbe sistematizzato un circuito di esportazione che parte dai silos delle oblast occupate di Zaporizhzhia e Kherson, passa per i porti del Mar Nero e arriva a terminali di Paesi terzi. L’ottica di Pechino e di molte capitali del Sud globale tende a derubricare la questione a contenzioso commerciale, ma per Bruxelles il nodo è da mesi al centro di un confronto serrato. L’Unione europea, attraverso i propri canali diplomatici, ha chiesto chiarimenti a Gerusalemme, segnalando che se le accuse venissero confermate si potrebbe aprire la porta a misure restrittive anche nei confronti degli acquirenti finali, non solo dei vettori russi. L’Italia, che condivide con Israele un’interdipendenza energetica e portuale nel Mediterraneo orientale, segue l’evolversi della crisi con l’attenzione di chi sa che la sicurezza alimentare globale e la tenuta delle regole commerciali sono due facce della stessa medaglia.

Da Gerusalemme la replica è stata tagliente: il ministro degli Esteri Gideon Saar ha respinto quella che ha definito «diplomazia da Twitter», sostenendo che Kiev non ha fornito alcuna prova concreta né una richiesta formale di assistenza giudiziaria. Fonti israeliane fanno notare che, in almeno un caso precedente, la nave russa Abinsk non sarebbe nemmeno entrata materialmente nello scalo di Haifa, bensì avrebbe sostato in rada senza effettuare operazioni commerciali. Il Cremlino, dal canto suo, bolla le accuse come infondate, ma l’intelligence marittima open source e diverse organizzazioni internazionali hanno documentato da tempo il fenomeno delle «navi ombra» che trasportano cereali sottratti nei territori invasi.

La vicenda s’inserisce in un quadro più ampio: il grano ucraino, che prima del conflitto alimentava le rotte della solidarietà verso il Corno d’Africa e il Medio Oriente, è diventato ostaggio di una guerra ibrida in cui la logistica e la disinformazione si intrecciano. L’Egitto e l’Algeria, già destinatari di avvertimenti analoghi da parte di Kiev, osservano con preoccupazione l’escalita, mentre Ankara cerca di mantenere un delicato equilibrio tra il sostegno all’integrità territoriale ucraina e la cooperazione economica con Mosca.

Il futuro immediato dipenderà dalla capacità di Kiev di portare elementi probatori solidi: senza una condivisione di prove tra magistrature e servizi doganali, la minaccia di sanzioni unilaterali rischia di esaurirsi in un rimpallo diplomatico. L’Unione europea, che già coordina con Roma e Nicosia il monitoraggio dei traffici sospetti nel Mediterraneo, potrebbe assumere un ruolo di mediazione, spingendo per un meccanismo di certificazione digitale del grano, sul modello di quanto sperimentato per i minerali dei conflitti. In gioco non c’è soltanto la credibilità di un’alleanza, ma la possibilità di impedire che il diritto internazionale venga aggirato attraverso la complicità silenziosa di porti franchi e bandiere ombra.

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Il grano conteso di Haifa: Kiev accusa, Israele replica, l’Ue osserva

L’ultimo fronte dello scontro sul grano ucraino non corre lungo la linea del fronte ma lambisce le banchine del porto di Haifa. Martedì il presidente Volodymyr Zelensky ha scelto i social network per accusare Israele di acquistare consapevolmente derrate «rubate» dalla Russia nei territori occupati dell’Ucraina, minacciando sanzioni contro armatori e intermediari che lucrano su «un meccanismo criminale». L’annuncio è arrivato dopo che una seconda nave – la Panormitis, già in rada nel golfo di Haifa – si apprestava a scaricare un carico che Kiev ritiene provenga dalle regioni sotto controllo russo. La tensione era già salita nei giorni precedenti, quando il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha aveva convocato l’ambasciatore israeliano parlando di «inazione» di fronte a un commercio illegittimo che mette a rischio i rapporti bilaterali.

Secondo la ricostruzione di Kiev, Rosja avrebbe sistematizzato un circuito di esportazione che parte dai silos delle oblast occupate di Zaporizhzhia e Kherson, passa per i porti del Mar Nero e arriva a terminali di Paesi terzi. L’ottica di Pechino e di molte capitali del Sud globale tende a derubricare la questione a contenzioso commerciale, ma per Bruxelles il nodo è da mesi al centro di un confronto serrato. L’Unione europea, attraverso i propri canali diplomatici, ha chiesto chiarimenti a Gerusalemme, segnalando che se le accuse venissero confermate si potrebbe aprire la porta a misure restrittive anche nei confronti degli acquirenti finali, non solo dei vettori russi. L’Italia, che condivide con Israele un’interdipendenza energetica e portuale nel Mediterraneo orientale, segue l’evolversi della crisi con l’attenzione di chi sa che la sicurezza alimentare globale e la tenuta delle regole commerciali sono due facce della stessa medaglia.

Da Gerusalemme la replica è stata tagliente: il ministro degli Esteri Gideon Saar ha respinto quella che ha definito «diplomazia da Twitter», sostenendo che Kiev non ha fornito alcuna prova concreta né una richiesta formale di assistenza giudiziaria. Fonti israeliane fanno notare che, in almeno un caso precedente, la nave russa Abinsk non sarebbe nemmeno entrata materialmente nello scalo di Haifa, bensì avrebbe sostato in rada senza effettuare operazioni commerciali. Il Cremlino, dal canto suo, bolla le accuse come infondate, ma l’intelligence marittima open source e diverse organizzazioni internazionali hanno documentato da tempo il fenomeno delle «navi ombra» che trasportano cereali sottratti nei territori invasi.

La vicenda s’inserisce in un quadro più ampio: il grano ucraino, che prima del conflitto alimentava le rotte della solidarietà verso il Corno d’Africa e il Medio Oriente, è diventato ostaggio di una guerra ibrida in cui la logistica e la disinformazione si intrecciano. L’Egitto e l’Algeria, già destinatari di avvertimenti analoghi da parte di Kiev, osservano con preoccupazione l’escalita, mentre Ankara cerca di mantenere un delicato equilibrio tra il sostegno all’integrità territoriale ucraina e la cooperazione economica con Mosca.

Il futuro immediato dipenderà dalla capacità di Kiev di portare elementi probatori solidi: senza una condivisione di prove tra magistrature e servizi doganali, la minaccia di sanzioni unilaterali rischia di esaurirsi in un rimpallo diplomatico. L’Unione europea, che già coordina con Roma e Nicosia il monitoraggio dei traffici sospetti nel Mediterraneo, potrebbe assumere un ruolo di mediazione, spingendo per un meccanismo di certificazione digitale del grano, sul modello di quanto sperimentato per i minerali dei conflitti. In gioco non c’è soltanto la credibilità di un’alleanza, ma la possibilità di impedire che il diritto internazionale venga aggirato attraverso la complicità silenziosa di porti franchi e bandiere ombra.

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