
Cannes 79: il kolossal alieno coreano Hope conquista e divide la Croisette
Tra acclamazioni e perplessità, il film di Na Hong-jin con Fassbender e Vikander sfida i generi e il gusto occidentale.
Il 79° Festival di Cannes ha vissuto una delle sue serate più sorprendenti con la proiezione di "Hope", il kolossal fantascientifico del regista sudcoreano Na Hong-jin. Il film, in concorso per la Palma d'oro, ha scatenato reazioni contrastanti: sei minuti di applausi al termine della proiezione notturna, ma anche perplessità tra i critici europei, disorientati da un mix esplosivo di action, splatter e humour nero che per oltre due ore e mezza trasforma la cittadina montana sudcoreana di Gh’ertu in un campo di battaglia tra polizia e giganteschi alieni. La scelta del direttore artistico Thierry Frémaux di includere nella competizione un film così dichiaratamente pop e di puro intrattenimento è stata letta come un tentativo di sdoganare un cinema che molti, a Bruxelles come a Parigi, considerano più vicino a un videogioco che a un'opera d'arte.
Al centro del film, e della cronaca mondana, la coppia Michael Fassbender e Alicia Vikander, che interpretano due alieni provenienti dal pianeta d'origine dei mostri. Secondo gli analisti di Seoul, la loro presenza non è solo un richiamo commerciale, ma un segno della crescente ambizione del cinema coreano di fondere star globali con una mitologia sci-fi autoctona, costruita da Na Hong-jin nell'arco di dieci anni. Dal punto di vista della Croisette, invece, il debutto del regista di "The Wailing" in questo registro ha provocato una spaccatura: c'è chi lo saluta come un'opera di pura fantasia liberatoria, chi lo ridimensiona a un kolossal senza capo né coda.
Il confronto con gli altri film in concorso, come il dramma sulla Resistenza francese di László Nemes, "Moulin e Garance", ha ulteriormente polarizzato il dibattito. Se per la prospettiva di Los Angeles "Hope" rappresenta il tentativo di Hollywood di assorbire l'estetica coreana, per gli osservatori di Pechino è la prova che l'Asia sa imporre la propria narrativa visiva senza bisogno di mediazioni occidentali. In questo scenario, l'Italia guarda con interesse al fenomeno: il cinema di genere asiatico, spesso ignorato dai festival europei, trova in Cannes un palcoscenico che potrebbe ridefinire i confini tra intrattenimento e arte.
Guardando avanti, la presenza del presidente di giuria Park Chan-wook, connazionale di Na Hong-jin, alimenta le speculazioni su un possibile premio. Ma al di là della Palma, "Hope" ha già raggiunto il suo obiettivo: far parlare di sé, dividere e unire lo spettacolo con la riflessione. La sfida, ora, è se questo cinema dirompente saprà conquistare non solo il pubblico delle sale, ma anche la critica più esigente.
| Stampa europea continentale | +0.30 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.70 | aligned |
La stampa europea continentale vede 'Hope' come un'audace incursione di genere che sconvolge il concorso di Cannes, mescolando azione aliena sfrenata e umorismo. Alcuni critici ne celebrano l'audacia, mentre altri notano che divide l'opinione, ma tutti concordano che porta l'energia necessaria a una lineup festivaliera poco brillante.
La copertura latinoamericana è breve e fattuale, rilevando gli elementi gore del film e il suo posto nella competizione ufficiale. La cronaca adotta un tono distaccato, limitandosi a constatare il fatto senza molto commento o entusiasmo.
La stampa atlantica evidenzia 'Hope' come una scommessa ad alto rischio per il regista Na Hong-jin, celebrando il suo ritorno con un film di fantascienza visivamente spettacolare. La copertura è ammirativa, lo ritrae come un visionario che spinge i confini, e sottolinea il potenziale del film di elevare il cinema coreano sulla scena globale.
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