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martedì 28 aprile 2026

I caccia israeliani tornano sulla Bekaa, la tregua si sfilaccia mentre Beirut accusa Hezbollah di “tradimento”

L’allargamento dei raid israeliani alla valle della Bekaa, per la prima volta dall’entrata in vigore della fragile tregua mediata dagli Stati Uniti, ha polverizzato l’illusione che il cessate il fuoco del 16 aprile potesse evolvere in una pausa stabile. Lunedì l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi di Hezbollah nell’est del Libano, replicando a una serie di droni e razzi che nelle ore precedenti avevano ucciso un soldato israeliano nel sud del Paese e fatto scattare l’allarme nelle comunità della Galilea. L’estensione geografica dei bombardamenti, mentre le truppe di Israele continuano a occupare una fascia del Libano meridionale demolendo edifici definiti infrastrutture del partito armato, segna il punto di massima vulnerabilità di un’intesa che molti, dalle municipalità del nord israeliano ai palazzi di Beirut, già considerano una finzione. Il sindaco di Kiryat Shmona, Avichai Stern, ha accusato il governo di aver svenduto la sicurezza dei cittadini, parlando di un «cessate il fuoco poroso» in cui a decidere è un accordo fra Washington, Libano e Iran, non la protezione dei bambini tenuti a casa da scuola.

Lo strappo più profondo, tuttavia, si è consumato sul versante politico libanese, dove il presidente Joseph Aoun e la leadership di Hezbollah si sono scambiati accuse destinate a lasciare cicatrici. Aoun ha affermato senza mezzi termini che la vera «vergogna» è aver trascinato il Libano in una guerra «senza autorità né consenso», puntando il dito contro il partito filo-iraniano. Il capo di Stato ha ribadito che i negoziati diretti con Israele – due sessioni a livello di ambasciatori già tenutesi a Washington, le prime da decenni – mirano a porre fine allo stato di guerra sulla falsariga dell’armistizio del 1949, un orizzonte che restituirebbe al Libano una sovranità oggi dilaniata. La replica del segretario generale Naim Qassem non ha lasciato margini: i colloqui sono «un peccato», i loro risultati «non ci importano affatto», e Hezbollah non deporrà le armi. In un crescendo di tensione, fonti vicine al movimento hanno ventilato la possibilità di attentati suicidi qualora il dialogo bilaterale proseguisse.

L’ottica di Washington, che ha orchestrato dapprima una tregua di dieci giorni e poi un’estensione di tre settimane, scommetteva proprio sulla capacità del governo libanese di emanciparsi da Hezbollah. Ma la geometria del conflitto resta ostaggio dell’Iran: per Teheran il Partito di Dio è la leva indispensabile per logorare Israele senza guerra aperta, ed è improbabile che gli ayatollah accettino di vederlo disarmato proprio mentre si consuma lo scontro con la Repubblica islamica. Israele, dal canto suo, non intende arretrare: il premier Benjamin Netanyahu ha definito razzi e droni di Hezbollah una minaccia che esige «un’azione militare», e il ministro della Difesa Israel Katz ha avvertito che il rifiuto delle trattative porterà «conseguenze catastrofiche» per il Libano.

In questo groviglio di veti incrociati, la prospettiva di un armistizio stabile ricorda una fotografia sbiadita. Lo sguardo degli analisti di Bruxelles si appunta sul rischio di una deflagrazione che travolgerebbe il Mediterraneo orientale innescando nuove ondate migratorie e sconquassando i già precari equilibri della regione. La finestra aperta dal presidente americano Donald Trump rischia di chiudersi prima della scadenza di metà maggio, e con essa l’ultima chance di scindere le sorti del Libano da quelle di un apparato di milizie che fatica a riconoscere persino l’esistenza dei colloqui. Se Hezbollah continuerà a rivendicare per sé il monopolio della “resistenza protettiva” e i raid israeliani non conosceranno tregua, ciò che si profila non è il collasso di un accordo, ma la cronaca di un conflitto in cerca di pretesti per riaccendersi.

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I caccia israeliani tornano sulla Bekaa, la tregua si sfilaccia mentre Beirut accusa Hezbollah di “tradimento”

L’allargamento dei raid israeliani alla valle della Bekaa, per la prima volta dall’entrata in vigore della fragile tregua mediata dagli Stati Uniti, ha polverizzato l’illusione che il cessate il fuoco del 16 aprile potesse evolvere in una pausa stabile. Lunedì l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi di Hezbollah nell’est del Libano, replicando a una serie di droni e razzi che nelle ore precedenti avevano ucciso un soldato israeliano nel sud del Paese e fatto scattare l’allarme nelle comunità della Galilea. L’estensione geografica dei bombardamenti, mentre le truppe di Israele continuano a occupare una fascia del Libano meridionale demolendo edifici definiti infrastrutture del partito armato, segna il punto di massima vulnerabilità di un’intesa che molti, dalle municipalità del nord israeliano ai palazzi di Beirut, già considerano una finzione. Il sindaco di Kiryat Shmona, Avichai Stern, ha accusato il governo di aver svenduto la sicurezza dei cittadini, parlando di un «cessate il fuoco poroso» in cui a decidere è un accordo fra Washington, Libano e Iran, non la protezione dei bambini tenuti a casa da scuola.

Lo strappo più profondo, tuttavia, si è consumato sul versante politico libanese, dove il presidente Joseph Aoun e la leadership di Hezbollah si sono scambiati accuse destinate a lasciare cicatrici. Aoun ha affermato senza mezzi termini che la vera «vergogna» è aver trascinato il Libano in una guerra «senza autorità né consenso», puntando il dito contro il partito filo-iraniano. Il capo di Stato ha ribadito che i negoziati diretti con Israele – due sessioni a livello di ambasciatori già tenutesi a Washington, le prime da decenni – mirano a porre fine allo stato di guerra sulla falsariga dell’armistizio del 1949, un orizzonte che restituirebbe al Libano una sovranità oggi dilaniata. La replica del segretario generale Naim Qassem non ha lasciato margini: i colloqui sono «un peccato», i loro risultati «non ci importano affatto», e Hezbollah non deporrà le armi. In un crescendo di tensione, fonti vicine al movimento hanno ventilato la possibilità di attentati suicidi qualora il dialogo bilaterale proseguisse.

L’ottica di Washington, che ha orchestrato dapprima una tregua di dieci giorni e poi un’estensione di tre settimane, scommetteva proprio sulla capacità del governo libanese di emanciparsi da Hezbollah. Ma la geometria del conflitto resta ostaggio dell’Iran: per Teheran il Partito di Dio è la leva indispensabile per logorare Israele senza guerra aperta, ed è improbabile che gli ayatollah accettino di vederlo disarmato proprio mentre si consuma lo scontro con la Repubblica islamica. Israele, dal canto suo, non intende arretrare: il premier Benjamin Netanyahu ha definito razzi e droni di Hezbollah una minaccia che esige «un’azione militare», e il ministro della Difesa Israel Katz ha avvertito che il rifiuto delle trattative porterà «conseguenze catastrofiche» per il Libano.

In questo groviglio di veti incrociati, la prospettiva di un armistizio stabile ricorda una fotografia sbiadita. Lo sguardo degli analisti di Bruxelles si appunta sul rischio di una deflagrazione che travolgerebbe il Mediterraneo orientale innescando nuove ondate migratorie e sconquassando i già precari equilibri della regione. La finestra aperta dal presidente americano Donald Trump rischia di chiudersi prima della scadenza di metà maggio, e con essa l’ultima chance di scindere le sorti del Libano da quelle di un apparato di milizie che fatica a riconoscere persino l’esistenza dei colloqui. Se Hezbollah continuerà a rivendicare per sé il monopolio della “resistenza protettiva” e i raid israeliani non conosceranno tregua, ciò che si profila non è il collasso di un accordo, ma la cronaca di un conflitto in cerca di pretesti per riaccendersi.

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