
Il biopic su Michael Jackson divide la critica tra nostalgia e omissioni
Il tanto atteso film biografico su Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua e interpretato dal nipote Jaafar Jackson, sta facendo discutere ben prima della sua uscita ufficiale nelle sale italiane. Se da un lato le anteprime a Dubai e negli Stati Uniti hanno scatenato l’entusiasmo dei fan, con balli improvvisati e omaggi al re del pop, dall’altro la critica internazionale si mostra profondamente divisa. La pellicola, che ripercorre l’ascesa del cantante dai Jackson 5 al successo planetario, è stata accusata di offrire una rappresentazione “asettica” e “sbiancata” della sua vita, evitando di affrontare temi spinosi come la dipendenza da farmaci e le accuse di abusi sui minori. Sul sito Rotten Tomatoes il film ha ottenuto un magro 31% di gradimento, nonostante le lodi per l’interpretazione di Jaafar e per le sequenze musicali, definite elettrizzanti da chi le ha viste in IMAX.
La prospettiva dei media anglosassoni è netta: il biopic sarebbe “deprimente” e “superficiale”, incapace di confrontarsi con le ombre di una figura controversa. Da Londra arriva l’accusa di aver sacrificato la verità sull’altare del consenso familiare e degli interessi economici della Jackson estate, mentre in Canada, dove oltre trecento artigiani di Montreal hanno realizzato gran parte degli effetti visivi, si sottolinea l’importanza del progetto per il rilancio dell’industria locale. In America Latina, invece, l’atmosfera è più attendista: la Gaceta di Spagna parla di critiche “divise” e di un’accoglienza popolare che potrebbe rivelarsi trionfale, grazie alla potenza nostalgica delle canzoni e alla qualità tecnica delle ricostruzioni.
Dal Medio Oriente, dove il film è stato presentato in pompa magna a Dubai, arriva una testimonianza di pura festa: il pubblico ha ballato e cantato, dimostrando che per molti il mito di Jackson resta intatto al di là di ogni polemica. In India, l’attenzione si concentra soprattutto sul protagonista, Jaafar Jackson, colombiano-americano cresciuto all’ombra dello zio, la cui somiglianza fisica e vocale è stata definita “inquietante” e “fenomenale”.
Per l’Europa e l’Italia, il film solleva interrogativi delicati. In un continente dove il dibattito sulla protezione dei minori è particolarmente sensibile, la scelta di omettere le accuse potrebbe allontanare una parte del pubblico, mentre la forza del marchio Jackson e l’appeal della nostalgia potrebbero garantire comunque un buon risultato al botteghino. Gli analisti di Bruxelles ricordano che il precedente Bohemian Rhapsody, dello stesso produttore Graham King, superò le controversie e incassò quasi un miliardo di dollari. Michael potrebbe seguire la stessa strada, trasformandosi in un caso di successo commerciale capace di far dimenticare le riserve critiche. Ma resta aperta la domanda: è possibile celebrare l’artista senza fare i conti con l’uomo? Il film, forse consapevolmente, sceglie di non rispondere.
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