
Il Canada perde 112mila posti in quattro mesi: l’ombra dei dazi di Trump sulla recessione
I dazi statunitensi spingono la disoccupazione canadese al 6,9%. Il colpo più duro dal 2021, con i giovani e il Quebec in prima linea.
La morsa dei dazi voluti da Donald Trump sulla confinante economia canadese ha prodotto il suo effetto più tangibile: nei primi quattro mesi del 2026 il Canada ha perso 112.000 posti di lavoro, la peggiore contrazione in un analogo periodo di riferimento dalla fase acuta della pandemia di Covid-19, nel 2021. Il dato, certificato venerdì da Statistics Canada, segna una battuta d’arresto tanto più severa se confrontata con le aspettative degli analisti di Bloomberg, che per aprile avevano pronosticato un incremento netto di 10.000 occupati. Si è invece registrata una diminuzione di 17.700 unità, con il tasso di disoccupazione salito al 6,9%, due decimi di punto in più rispetto a marzo, e il numero di persone in cerca di lavoro in aumento.
La tendenza, concentrata quasi per intero sui contratti a tempo pieno, mostra come l’incertezza generata dalla guerra commerciale stia erodendo la base produttiva del paese. Il quadro è ancora più preoccupante per i giovani tra i 15 e i 24 anni, la cui disoccupazione è balzata al 14,3%, tornando a sfiorare il picco di settembre 2025. Un dato che riflette la fragilità di un mercato del lavoro in cui le nuove generazioni faticano a trovare un primo ingresso stabile.
A livello regionale, il Quebec è stato il teatro della crisi più grave: 43.000 posti persi in aprile, e 91.000 da gennaio, con la sola area metropolitana di Montréal che ha registrato un tracollo di 56.000 unità. Il tasso di disoccupazione nella provincia francofona ha raggiunto il 6,2%, eguagliando il massimo dell’estate 2025. Da Ottawa, il governo di Mark Carney, insediatosi dopo la caduta del governo Trudeau proprio sul tema della sovranità economica, guarda con preoccupazione a questi numeri.
La sua amministrazione ha già annunciato misure di sostegno, ma l’ombra delle incognite tariffarie impedisce qualsiasi previsione di ripresa a breve termine. A Bruxelles, gli analisti seguono con attenzione il caso canadese, considerandolo un possibile precedente per le economie europee, a cominciare da quella italiana. Il mantra della diversificazione commerciale e della riduzione della dipendenza dal mercato statunitense, già al centro del dibattito a Roma e a Berlino, acquista ora un’urgenza concreta.
La partita, per il Canada, si gioca su più tavoli: il negoziato con Washington, la ricerca di nuovi partner nell’area del Pacifico e la capacità di difendere settori strategici come l’automotive e l’aerospazio. Ma la finestra per agire è stretta. Se i dazi continueranno a mordere, il prossimo autunno potrebbe segnare l’ingresso in una recessione tecnica, con ripercussioni che, attraverso i canali del commercio e della finanza, non risparmierebbero l’Europa.
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