
Il conto segreto della guerra contro l'Iran: 50 miliardi e basi americane devastate
Il Pentagono ha dichiarato al Congresso che la campagna militare contro l'Iran è costata finora venticinque miliardi di dollari, ma tre fonti interne alla Difesa americana, citate dalla Cnn, rivelano che la cifra reale potrebbe avvicinarsi ai quaranta-cinquanta miliardi. L’esborso ufficiale, infatti, non include la ricostruzione delle basi statunitensi colpite nei primi due giorni del conflitto: almeno nove installazioni — in Bahrein, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Qatar — hanno subito danni ingenti, e diversi sistemi radar cruciali, compreso quello del Thaad, sono stati distrutti dai missili iraniani. La discrepanza tra i numeri apre una crepa nella narrazione dell’amministrazione americana, che deve giustificare un impegno bellico già enorme a fronte di una minaccia che Teheran definisce di autodifesa.
Da Washington, l’ottica è quella di un conflitto che logora le casse federali in un anno elettorale: i repubblicani chiedono trasparenza, i democratici mettono in dubbio la sostenibilità della strategia. Gli analisti di Bruxelles osservano con preoccupazione il carico indiretto che ricade sull’Europa: l’instabilità nel Golfo spinge al rialzo i prezzi energetici e minaccia le rotte commerciali verso il Mediterraneo, mentre l’Italia, con le sue basi a Sigonella e a La Maddalena, si trova esposta a eventuali rappresaglie. La prospettiva di Pechino, invece, calcola il vantaggio strategico: un’America impegnata in Medio Oriente allenta la pressione nell’Indo-Pacifico, ma la Cina teme che un’escalation possa interrompere il flusso di greggio.
Il nodo centrale resta la credibilità della stima ufficiale. Se il costo reale è doppio, il Pentagono dovrà chiedere fondi supplementari a un Congresso già diviso, o tagliare altre voci di bilancio, forse la presenza in Europa. L’Iran, dal canto suo, interpreta la reticenza americana come un segno di vulnerabilità: i danni subiti dimostrano che la sua deterrenza funziona, e le basi nel Golfo non sono più santuari. Nei prossimi mesi, la partita si giocherà sul terreno della diplomazia — già esplorata in segreto via Oman — ma il conto salato di questa guerra rischia di pesare sulla rielezione del presidente Usa e sulla sicurezza di tutta l’area euro-mediterranea.
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