
Venticinque miliardi di dollari: il conto della guerra in Iran pesa sull’America (e sull’Europa)
Per la prima volta da quando, il 28 febbraio scorso, Washington e Tel Aviv hanno lanciato l’offensiva congiunta contro Teheran, il Pentagono ha messo nero su bianco il costo dell’operazione Furia Epica: venticinque miliardi di dollari. Lo ha dichiarato il responsabile finanziario del Dipartimento della Difesa, Jules Hurst, durante un’audizione alla Camera accanto al segretario alla Guerra Pete Hegseth, precisando che la maggior parte della spesa è andata in munizioni. La cifra, pur impressionante, arriva in un momento in cui il cessate il fuoco in vigore da tre settimane non ha ancora portato a un accordo di pace: le trattative tra Stati Uniti e Iran restano in stallo, e Donald Trump ha esortato le autorità iraniane ad affrettare la conclusione di un’intesa, descrivendo il Paese in uno «stato di collasso».
Dal punto di vista di Washington, l’amministrazione difende la spesa come necessaria per impedire a Teheran di ottenere l’arma nucleare. Hegseth, nel corso di un acceso scambio con i parlamentari, ha ribadito che l’obiettivo resta portare il regime al tavolo delle trattative, ma ha evitato di indicare una data per la fine del conflitto. Dall’altra parte dello scacchiere, l’ottica di Teheran appare più attendista: fonti vicine al governo iraniano sottolineano che, nonostante le pressioni, il regime non ha ancora ceduto e che le infrastrutture nucleari, sebbene danneggiate, non sono state completamente smantellate.
L’Europa, e in particolare l’Italia, segue con crescente preoccupazione l’evolversi della situazione. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’instabilità in Medio Oriente rischia di riverberarsi sui prezzi energetici e sulle rotte migratorie: il controllo dello Stretto di Ormuz, che Trump ha promesso di riaprire «al più presto», resta un nodo cruciale per le forniture petrolifere europee. Per Roma, già alle prese con un bilancio pubblico sotto pressione, un prolungamento del conflitto potrebbe tradursi in un aumento dei costi di approvvigionamento e in nuove ondate migratorie lungo la rotta del Mediterraneo orientale.
Ma il dato dei venticinque miliardi potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Fonti a conoscenza delle stime interne al Pentagono hanno fatto filtrare che la cifra ufficiale esclude voci come la sostituzione dei materiali bellici consumati, il dispiegamento navale aggiuntivo e i costi sanitari per i feriti. Durante l’audizione, i parlamentari democratici hanno messo in dubbio la trasparenza dell’amministrazione, chiedendo perché la spesa giornaliera sia stata prima stimata in un miliardo, poi in 1,6 miliardi, e ora non venga più comunicata. Hegseth ha risposto con toni combattivi, ma senza offrire rassicurazioni sul futuro: «Non si può guardare un nemico determinato a ottenere l’arma nucleare e non farlo desistere». Il rischio, ammoniscono gli osservatori internazionali, è che l’assenza di una strategia di uscita trasformi il conflitto in un pantano dal quale l’America – e con essa l’Europa – faticherà a districarsi, mentre il costo umano ed economico continua a salire.
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