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Economia e Mercatigiovedì 2 luglio 2026

Il dollaro arretra sui mercati emergenti, ma l’Argentina resta un’eccezione

La divisa statunitense tocca minimi di sei anni in Colombia per effetto del carry trade, mentre a Buenos Aires il peso si indebolisce nonostante il contesto globale favorevole.

Il biglietto verde ha raggiunto giovedì in Colombia quotazioni che non si vedevano dal febbraio 2020, scendendo fino a 3.354 pesos e portando il tasso di cambio medio sotto i 3.370. A innescare il movimento è stata la combinazione tra un mercato del lavoro americano più fragile del previsto – a giugno sono stati creati solo 57.000 nuovi posti, contro i 129.000 attesi – e il crescente appetito degli investitori per strategie di carry trade. Con il tasso di riferimento della banca centrale colombiana salito al 12% e quelli di Svizzera e Giappone prossimi allo zero, i fondi internazionali prendono a prestito in valute a basso rendimento per investire in titoli denominati in pesos, spingendo la moneta locale. Secondo gli analisti di Bogotá, la tendenza ribassista del dollaro ha ormai assunto un carattere strutturale.

Sul fronte statunitense, i dati deboli sull’occupazione rafforzano l’ipotesi di una Federal Reserve meno aggressiva nei prossimi mesi. Il presidente della Fed, Kevin Warsh, ha segnalato un raffreddamento delle aspettative di inflazione, mentre il rapporto ADP ha confermato il rallentamento delle assunzioni nel settore privato. Questo scenario ha depotenziato il dollaro a livello globale, favorendo un recupero delle valute emergenti. In Europa, il cambio euro/dollaro si mantiene stabile attorno a 1,14, ma il differenziale di rendimento offerto da paesi come la Colombia potrebbe drenare capitali dai mercati obbligazionari del Vecchio Continente, già alle prese con tassi reali negativi.

L’Argentina si muove però in direzione opposta. Il peso ufficiale ha toccato i 1.510 per dollaro, con un rialzo mensile vicino al 5% a giugno, mentre il parallelo si attesta a 1.525. La riduzione stagionale dell’offerta di valuta dal settore agropecuario, il rafforzamento globale del dollaro nelle settimane precedenti e il riassorbimento della liquidità in pesos operato dalla banca centrale hanno invertito la dinamica di stabilità del primo semestre. Gli operatori di Buenos Aires scommettono su un aggiustamento graduale, con i contratti future che scontano un cambio maggiorista a 1.655 entro fine anno, ben al di sotto del tetto della banda di fluttuazione. Il governo, spiegano da Adcap Grupo Financiero, sembra a suo agio con un dollaro leggermente più alto, purché non comprometta il processo di disinflazione.

In Messico, il peso si mantiene forte intorno a 17,46 per dollaro, sostenuto dagli investimenti legati al nearshoring e dall’afflusso di valuta atteso per i Mondiali di calcio. Tuttavia, la decisione degli Stati Uniti di non rinnovare il T-MEC nella sua forma attuale introduce un elemento di incertezza. Washington intende rinegoziare l’accordo per ridurre il deficit commerciale, ma il governo di Città del Messico si dice ottimista su una soluzione entro l’estate. Per l’Italia, che vanta una presenza manifatturiera significativa in Messico, l’evoluzione del quadro commerciale nordamericano rappresenta un fattore da monitorare con attenzione. Il prossimo appuntamento chiave sarà la riunione della Fed di fine mese, quando i mercati cercheranno conferme sulla traiettoria dei tassi.

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giovedì 2 luglio 2026

Il dollaro arretra sui mercati emergenti, ma l’Argentina resta un’eccezione

La divisa statunitense tocca minimi di sei anni in Colombia per effetto del carry trade, mentre a Buenos Aires il peso si indebolisce nonostante il contesto globale favorevole.

Il biglietto verde ha raggiunto giovedì in Colombia quotazioni che non si vedevano dal febbraio 2020, scendendo fino a 3.354 pesos e portando il tasso di cambio medio sotto i 3.370. A innescare il movimento è stata la combinazione tra un mercato del lavoro americano più fragile del previsto – a giugno sono stati creati solo 57.000 nuovi posti, contro i 129.000 attesi – e il crescente appetito degli investitori per strategie di carry trade. Con il tasso di riferimento della banca centrale colombiana salito al 12% e quelli di Svizzera e Giappone prossimi allo zero, i fondi internazionali prendono a prestito in valute a basso rendimento per investire in titoli denominati in pesos, spingendo la moneta locale. Secondo gli analisti di Bogotá, la tendenza ribassista del dollaro ha ormai assunto un carattere strutturale.

Sul fronte statunitense, i dati deboli sull’occupazione rafforzano l’ipotesi di una Federal Reserve meno aggressiva nei prossimi mesi. Il presidente della Fed, Kevin Warsh, ha segnalato un raffreddamento delle aspettative di inflazione, mentre il rapporto ADP ha confermato il rallentamento delle assunzioni nel settore privato. Questo scenario ha depotenziato il dollaro a livello globale, favorendo un recupero delle valute emergenti. In Europa, il cambio euro/dollaro si mantiene stabile attorno a 1,14, ma il differenziale di rendimento offerto da paesi come la Colombia potrebbe drenare capitali dai mercati obbligazionari del Vecchio Continente, già alle prese con tassi reali negativi.

L’Argentina si muove però in direzione opposta. Il peso ufficiale ha toccato i 1.510 per dollaro, con un rialzo mensile vicino al 5% a giugno, mentre il parallelo si attesta a 1.525. La riduzione stagionale dell’offerta di valuta dal settore agropecuario, il rafforzamento globale del dollaro nelle settimane precedenti e il riassorbimento della liquidità in pesos operato dalla banca centrale hanno invertito la dinamica di stabilità del primo semestre. Gli operatori di Buenos Aires scommettono su un aggiustamento graduale, con i contratti future che scontano un cambio maggiorista a 1.655 entro fine anno, ben al di sotto del tetto della banda di fluttuazione. Il governo, spiegano da Adcap Grupo Financiero, sembra a suo agio con un dollaro leggermente più alto, purché non comprometta il processo di disinflazione.

In Messico, il peso si mantiene forte intorno a 17,46 per dollaro, sostenuto dagli investimenti legati al nearshoring e dall’afflusso di valuta atteso per i Mondiali di calcio. Tuttavia, la decisione degli Stati Uniti di non rinnovare il T-MEC nella sua forma attuale introduce un elemento di incertezza. Washington intende rinegoziare l’accordo per ridurre il deficit commerciale, ma il governo di Città del Messico si dice ottimista su una soluzione entro l’estate. Per l’Italia, che vanta una presenza manifatturiera significativa in Messico, l’evoluzione del quadro commerciale nordamericano rappresenta un fattore da monitorare con attenzione. Il prossimo appuntamento chiave sarà la riunione della Fed di fine mese, quando i mercati cercheranno conferme sulla traiettoria dei tassi.

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