
Il fragile cessate il fuoco in Libano si incrina sotto i colpi dei droni di Hezbollah
Il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, siglato solo un mese fa, appare sempre più una finzione. Mentre i soldati israeliani recuperavano un ferito nel sud del Libano, un drone kamikaze è esploso a pochi metri dall’elicottero di soccorso, costringendo gli uomini a gettarsi a terra. L’attacco, immortalato in un video che ha fatto il giro della rete, è solo l’ultimo episodio di una guerriglia a bassa intensità che di fatto rende l’accordo carta straccia. Israele ha accusato Hezbollah di continue violazioni e ha esteso gli ordini di evacuazione a una dozzina di villaggi, mentre il mondo guarda con apprensione a un fronte che sembra riaprirsi proprio mentre la diplomazia fatica a tenere il passo.
La novità tattica più preoccupante per Tel Aviv è l’uso massiccio dei droni FPV (first person view), piccoli, economici e difficilissimi da intercettare. Una minestra riscaldata sui campi di battaglia ucraini, che oggi la milizia sciita ha adattato perfettamente al teatro libanese. Benjamin Netanyahu ha ammesso di aver avviato un progetto speciale per contrastarli, ma il primo ministro ha anche riconosciuto che “ci vorrà tempo”. Nel frattempo, le perdite israeliane crescono: un soldato ucciso la scorsa settimana, decine di feriti. Secondo analisti militari occidentali, l’esercito di Gerusalemme si è trovato impreparato di fronte a una tecnologia che la stessa Russia e l’Ucraina utilizzano ormai da mesi, e i carri armati avanzano ormai sotto reti metalliche artigianali per proteggere sensori e torrette.
L’ottica di Beirut è complessa. Hezbollah paga un prezzo altissimo: migliaia di combattenti uccisi e centinaia di migliaia di sciiti libanesi sfollati. Il costo politico è altrettanto elevato. Per la prima volta in decenni, il governo libanese ha tenuto colloqui diretti con Israele, una mossa che Teheran e il partito di Dio hanno fermamente osteggiato. Il deputato di Hezbollah Hassan Fadlallah ha minacciato di “vanificare” ogni risultato dei negoziati, mentre da Bruxelles si segue con apprensione il possibile collasso di una tregua già fragilissima. L’Italia, che schiera il suo più numeroso contingente nella missione Unifil, teme un’escalation regionale che potrebbe riversare nuovi flussi migratori verso l’Europa e destabilizzare ulteriormente il Mediterraneo orientale. La partita resta aperta: da un lato una milizia che cerca di invertire il declino militare e politico allineandosi con l’Iran, dall’altro uno Stato ebraico deciso a tenere aperto il dossier militare. Il cessate il fuoco è solo una tregua armata, e ogni giorno che passa lo indebolisce un po’ di più.
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