
A Deir al-Balah il primo voto a Gaza dopo vent'anni: seggi aperti tra macerie e disillusioni
Tra le macerie di Deir al-Balah, nella Striscia centrale, sabato mattina si è consumato un gesto che intere generazioni di palestinesi non avevano mai visto: l’apertura dei seggi. Per la prima volta dopo due decenni, e per la prima volta dalla guerra che ha devastato Gaza, un frammento dell’enclave è tornato alle urne per eleggere sindaco e consiglieri comunali. In una corsa segnata da una ristrettissima offerta politica e da una disillusione diffusa, circa settantamila gazawi si sono aggiunti a un milione e mezzo di elettori della Cisgiordania occupata, in un voto municipale che la Commissione elettorale centrale di Ramallah ha definito un «pilota simbolico» per ricucire il legame politico fra i due territori.
Lo scenario dice già molto della precarietà dell’esperimento. Niente urne ufficiali, niente inchiostro elettorale, niente schede stampate all’estero: il materiale, denunciano i responsabili del voto, è stato bloccato dalle autorità israeliane. A Deir al-Balah, scelta perché in parte risparmiata dall’invasione di terra e collocata fuori dalla fascia di territorio ancora sotto controllo militare, gli scrutatori hanno costruito cassette di legno e stampato le schede con mezzi di fortuna. Alle tredici ora locale, la partecipazione si fermava al 24,53 per cento, segno di un corpo elettorale provato e scettico, ma anche di un’offerta politica asfittica: le liste in campo sono quasi tutte allineate a Fatah, il partito nazionalista e laico del presidente Mahmoud Abbas, oppure formate da indipendenti. Nessuna lista si richiama a Hamas, il movimento islamista che governa la Striscia e che è stato escluso per statuto, perché i candidati dovevano riconoscere l’autorità dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Secondo gli analisti che osservano da Bruxelles, il voto amministrativo rappresenta un tentativo dell’Autorità Nazionale Palestinese di riaffermare una parvenza di legittimità anche su Gaza, da cui fu cacciata sanguinosamente nel 2007. Nell’ottica di Ramallah, riportare le urne nella Striscia – seppure in un solo comune e fra enormi difficoltà – serve a riannodare il filo di una sovranità condivisa, proprio mentre al Cairo si discute la seconda fase del piano di pace promosso dall’amministrazione Trump, che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro graduale dell’esercito israeliano. Da Gerusalemme, tuttavia, si guarda all’iniziativa con malcelato sospetto: l’ostruzionismo sui materiali elettorali rivela il timore che qualsiasi processo democratico in un territorio dove Hamas conserva profonde radici sociali finisca per riprodurre lo shock del 2006, quando le elezioni legislative volute da Washington portarono alla vittoria del movimento islamista e a una catena di eventi che sfociò nella guerra civile.
L’ottica di Pechino, tradizionalmente attenta a non inimicarsi nessuno degli attori regionali, interpreta il voto come un tassello negoziale: un gesto di disponibilità palestinese a riforme interne che potrebbe facilitare un cessate il fuoco permanente e, in prospettiva, un percorso verso la statualità. Ma sul terreno il significato è più concreto e amaro. «Ho sentito parlare di elezioni da quando sono nato», ha detto un giovane elettore di Deir al-Balah, raccogliendo il sentimento di una popolazione che sopravvive fra aiuti umanitari e macerie, e che oggi vede nella scheda non una scelta di campo, ma un fragile attestato di esistenza.
Il vero interrogativo, proiettato in avanti, è quanto questa parentesi elettorale possa rimanere un episodio isolato. Senza un accordo politico più ampio che coinvolga anche le forze escluse o che le disarmi, il rischio è che il voto si riduca a un rito senza conseguenze, o peggio a un grimaldello per legittimare un ordine già contestato. Per l’Europa, e per l’Italia che tradizionalmente sostiene la soluzione a due Stati, la sfida è accompagnare questi primi passi senza farsi illusioni: la democrazia locale, nelle condizioni attuali, somiglia a una pianta che cerca di attecchire in un campo minato.
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