
Il Libano nel mirino: la strage di Beirut fa tremare la fragile tregua mediorientale
Il fragore delle bombe a Beirut ha oscurato le promesse di pace. Con oltre 350 vittime in un solo giorno, secondo le autorità libanesi, il bombardamento israeliano nella capitale segna un salto di qualità letale nel conflitto con Hezbollah, trasformando la già precaria tregua mediata da Stati Uniti e Pakistan in un accordo di carta. L'attacco, descritto da un comandante di Hezbollah ferito come un inferno di fuoco e schegge, non colpisce solo le milizie sciite ma squarcia il già debole tessuto statuale del Libano, spingendo il Paese dei cedri sull'orlo del baratro.
Da Pechino e Tehran, l'offensiva viene bollata come una "grave violazione" dello stop alle ostilità, negoziato dopo gli attacchi iniziali dello scorso febbraio. L'Iran ha subito chiarito che non siederà al tavolo dei negoziati con Washington, previsti a Islamabad, finché le bombe continueranno a cadere sul suolo libanese. Una posizione che congela le già complicate diplomazie parallele, mentre rappresentanti israeliani e libanesi si preparano a un incontro a Washington in un clima di totale sfiducia.
L'ottica di Gerusalemme è diametralmente opposta: per Israele, il Libano e Hezbollah non sono mai rientrati nella tregua, e l'intensificazione degli attacchi – oltre 200 obiettivi colpiti nelle ultime 24 ore – risponde alla necessità di esercitare una pressione militare massima. La richiesta israeliana al governo di Beirut di disarmare Hezbollah, portata al tavolo negoziale, suona però come un'utopia pericolosa. Secondo gli analisti di Bruxelles, imporre una simile condizione equivarrebbe a scatenare una nuova guerra civile in Libano, un esito che, paradossalmente, potrebbe essere visto come una vittoria strategica per Israele, ma aprirebbe un baratro di instabilità ai confini meridionali dell'Europa.
Per l'Italia e per l'Unione Europea, la posta in gioco è altissima. Una destabilizzazione del Libano rischierebbe di innescare un nuovo, devastante flusso migratorio attraverso il Mediterraneo e di allargare ulteriormente il fronte del conflitto, avvicinando le fiamme a Cipro e alle rotte energetiche vitali. La prospettiva di Bruxelles è dunque di un contenimento a tutti i costi, ma la leva sull'alleato americano sembra oggi debole, mentre quella su Israele è inesistente.
Guardando avanti, le trattate di Washington nascono quindi sotto i peggiori auspici. La distanza tra le parti è abissale: da un lato, la ferma volontà israeliana di proseguire un'azione militare che considera di autodifesa; dall'altro, l'impossibilità politica per il governo libanese di cedere alla richiesta di smantellare Hezbollah, vero stato nello stato. Senza una decisa inversione di rotta che parta da Washington, capace di imporre una vera e inclusiva sospensione delle ostilità, l'unico destino plausibile per il Libano è quello di una lacerazione sempre più profonda, con ripercussioni che minacciano di travolgere l'intera architettura di sicurezza mediterranea.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
L'attacco israeliano su Beirut, con oltre 300 vittime in soli 10 minuti, segna il giorno più letale del conflitto con il Libano e mette a dura prova la fragile tregua tra USA e Iran. Testimonianze dirette dalla zona descrivono il costo umano dell'escalation e le crescenti tensioni diplomatiche sulla sostenibilità del cessate il fuoco.
La richiesta di Israele al Libano di disarmare Hezbollah è considerata quasi impossibile e rischia di innescare una guerra civile, che alcuni analisti vedrebbero come una vittoria strategica israeliana. Mentre iniziano i colloqui di pace Iran-USA, Teheran condiziona i negoziati alla fine dei bombardamenti israeliani in Libano, che intanto proseguono.
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