
Il paradosso dell'AI: investimenti miliardari, ma la vera sfida è ridisegnare il lavoro
La corsa all'intelligenza artificiale sta producendo un paradosso che gli osservatori di Wall Street e di Bruxelles cominciano a mettere a fuoco: i colossi tecnologici spendono cifre astronomiche – oltre settecento miliardi di dollari secondo le stime più recenti – ma l’impennata della spesa non corrisponde a un altrettanto massiccio ampliamento della capacità produttiva. Come ha spiegato Mark Zuckerberg agli analisti, l’aumento dei costi è in larga parte dovuto al rincaro delle componenti, in particolare dei chip di memoria. Un fenomeno che, se da un lato gonfia i bilanci dei fornitori asiatici, dall’altro alimenta il dibattito sulla reale efficienza degli investimenti.
La vera novità, però, riguarda il lavoro. Dall’ottica di Seattle, Amazon annuncia piani per assumere undicimila stagisti in ingegneria informatica nel 2026, ma il ceo di AWS, Matt Garman, non nasconde che i ruoli stanno mutando: le competenze richieste sono diverse, e l’automazione dei compiti ripetitivi spinge le aziende a ripensare l’organigramma. Una tendenza confermata dalle cronache di Francoforte, dove grandi gruppi come Meta licenziano migliaia di dipendenti mentre aumentano gli investimenti in AI, con Zuckerberg che ha dichiarato che un piccolo team può oggi fare il lavoro che prima richiedeva decine di persone per mesi. Non si tratta di una mera riduzione numerica, ma di una trasformazione qualitativa.
L’impatto sull’occupazione è al centro dell’analisi del Boston Consulting Group, secondo cui tra il cinquanta e il cinquanta per cento dei posti di lavoro negli Stati Uniti sarà ridefinito dall’intelligenza artificiale entro i prossimi due o tre anni. Non necessariamente cancellato, ma profondamente modificato: stessi titoli, mansioni diverse. Nel frattempo, nei corridoi delle aziende europee e americane si moltiplicano i casi di “workslop”, quella produzione di testi e report dal tono artificiale che invade le caselle di posta, segnalando un’adozione frettolosa e poco consapevole della tecnologia. Anche il processo di assunzione cambia: Amazon ha introdotto colloqui automatizzati con agenti AI, nell’ambito di una filosofia che chiama “umanesimo digitale”, cercando di far adattare i sistemi alle persone, e non viceversa.
Guardando al futuro, gli analisti di Bruxelles sottolineano che il nodo centrale non è se l’AI eliminerà posti di lavoro, ma come la società e le istituzioni sapranno gestire la transizione. L’esperimento di un giornalista che ha addestrato un bot a svolgere le sue stesse mansioni ha mostrato i limiti dell’automazione: il robot ha fallito nelle interviste e nella gestione delle sfumature redazionali. Il messaggio è duplice: da un lato, cresce la domanda di competenze specialistiche per sviluppare e supervisionare questi strumenti; dall’altro, si fa più pressante la necessità di un quadro normativo che tuteli i lavoratori e incentivi la riqualificazione. L’Europa, con il suo approccio regolatorio, potrebbe giocare un ruolo decisivo, ma il tempo stringe.
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