
Il Pentagono smentisce la stima di sei mesi per sminare Hormuz, ma le tensioni restano
Il Pentagono ha respinto con fermezza, definendola «giornalismo disonesto», la rivelazione del Washington Post secondo cui una recente briefing riservato ai membri della commissione Forze armate della Camera avrebbe stimato in sei mesi il tempo necessario per bonificare completamente lo Stretto di Hormuz dalle mine navali iraniane. La smentita, seppur netta, non cancella il dato di fondo emerso dal report: Teheran potrebbe aver posato una ventina di ordigni nelle acque del canale strategico, e il Dipartimento della Difesa americano avrebbe comunque discusso con i legislatori l’ipotesi di un intervento lungo e complesso. La discrepanza tra la versione ufficiale e le indiscrezioni alimenta il clima di incertezza che avvolge una delle rotte energetiche più vitali del pianeta.
L’Iran, dal canto suo, gioca la partita su due tavoli. Da un lato, la Repubblica islamica ha rivendicato di aver già incassato i primi pedaggi per il transito attraverso lo stretto, una mossa che suona come una sfida al diritto internazionale e un tentativo di legittimare il blocco de facto. Dall’altro, Teheran ribadisce che non riaprirà il passaggio finché gli Stati Uniti manterranno il blocco navale dei suoi porti. In questo braccio di ferro, il costo del greggio e del gas continua a salire, con ripercussioni immediate sulle economie europee e, in particolare, su quella italiana, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche provenienti dal Golfo.
Da Bruxelles, gli analisti osservano con crescente apprensione la prospettiva di un’escalation che potrebbe trasformare lo Stretto di Hormuz in un teatro di guerra prolungato. Se la bonifica richiedesse davvero mesi, le catene di approvvigionamento europee subirebbero scossoni violenti, con effetti sulla competitività industriale e sul carovita. L’Italia, che importa attraverso quella via una quota significativa del proprio fabbisogno petrolifero, si troverebbe esposta a una pressione doppia: quella dei prezzi e quella della necessità di trovare rotte alternative, onerose e poco sicure.
L’ottica di Pechino, invece, si concentra sulla stabilità dei flussi: la Cina, primo importatore mondiale di greggio, segue con attenzione ogni movimento navale nel Golfo, ma al momento sembra privilegiare il canale diplomatico, temendo che un conflitto aperto possa compromettere i suoi interessi energetici e commerciali. La Russia, dal suo punto di vista, osserva la partita con distacco, pronta a trarre vantaggio da eventuali rialzi del prezzo del petrolio.
La smentita del Pentagono non placa i timori: semmai, rivela quanto sia fragile l’equilibrio su cui poggia la sicurezza energetica globale. La comunità internazionale si trova di fronte a un bivio: o si intensificano gli sforzi diplomatici per scongiurare una chiusura prolungata dello stretto, oppure si prepara a gestire le conseguenze di una crisi che potrebbe durare ben più di sei mesi.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
Il Pentagono ha respinto come selettiva e falsa la notizia secondo cui lo sminamento dello Stretto di Hormuz richiederebbe sei mesi. I funzionari hanno sottolineato che la tempistica non rappresenta una valutazione ufficiale, contrastando le narrazioni allarmistiche. La smentita mira a rassicurare i mercati e gli alleati sulla capacità militare di mantenere aperto il vitale passaggio marittimo.
Un briefing classificato del Pentagono, secondo quanto riportato dal Washington Post, ha indicato che lo sminamento dello Stretto di Hormuz potrebbe richiedere fino a sei mesi. La stima, attribuita a funzionari anonimi, ha sollevato preoccupazioni per un'interruzione prolungata dei flussi petroliferi globali. La rivelazione ha evidenziato la fragilità strategica del punto di strozzatura attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale.
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