
Carlo III incanta Trump, revocati i dazi sul whisky: trionfo del soft power britannico
Donald Trump ha ceduto al fascino discreto della monarchia. Poche ore dopo aver congedato re Carlo III e la regina Camilla con un saluto lampo alla Casa Bianca – sei minuti appena, sigillati da un «è il re più grande di tutti» – il presidente americano ha annunciato su Truth Social la cancellazione dei dazi e delle restrizioni che frenavano gli scambi di whisky tra Scozia e Kentucky. «Il re e la regina mi hanno spinto a fare ciò che nessun altro era riuscito a ottenere, e senza nemmeno chiederlo», ha scritto Trump, restituendo fiato a un settore che dal 2025, con l’imposizione di tariffe del 10 per cento sui beni britannici, aveva visto le esportazioni di Scotch verso gli Stati Uniti crollare del 15 per cento. Un gesto che trasforma una visita di Stato densa di cerimonie in un concreto successo commerciale per Londra, proprio mentre le relazioni transatlantiche sono appesantite dalla guerra in Iran.
L’ultima giornata del soggiorno americano era cominciata sotto il segno della decantazione. Dopo i fasti della cena di Stato e il discorso al Congresso – in cui Carlo III aveva giocato con l’ironia sulla lingua «condivisa ma diversa» che unisce i due Paesi – il sovrano si è immerso nell’America delle small towns. A Front Royal, Virginia, tra banda musicale, partite di Little League e musica bluegrass, la coppia reale ha incontrato per la prima volta un pubblico vero, fuori dalle bolle di sicurezza blindate di Washington. Prima, però, era passata dal cimitero di Arlington per deporre una corona al Sacrario del Milite Ignoto e sostare davanti alla Croce canadese del Sacrificio, omaggio ai cittadini statunitensi che combatterono con le forze canadesi nella Grande Guerra. Un itinerario che ha intrecciato la celebrazione dei 250 anni dell’indipendenza americana con la trama più intima del lutto e della memoria, prima che Carlo partisse da solo per Bermuda, prima visita da monarca a un territorio d’oltremare britannico.
Secondo gli analisti di Bruxelles, la mossa di Trump sui dazi al whisky scozzese non è soltanto una cortesia personale. Arriva in un momento in cui l’Unione Europea cerca di rinegoziare con Washington le barriere commerciali ereditate dalla precedente ondata protezionista, e il favore unilaterale concesso a Londra rischia di creare uno squilibrio competitivo. Dall’ottica di Pechino, che segue con attenzione ogni increspatura del legame anglo-americano, l’episodio conferma la tenacia della «special relationship» quando viene azionata dalla leva del prestigio simbolico. Gli osservatori russi, dal canto loro, sottolineano la coincidenza con le tensioni in Iran: la diplomazia reale avrebbe ammorbidito, almeno temporaneamente, un fronte che per Londra è cruciale, mentre i produttori scozzesi, da Edimburgo a Glasgow, esultano per un’inversione che sembrava impossibile.
La partita resta aperta. Se il whisky ha trovato una corsia preferenziale, ben più intricato è il nodo strategico della guerra in Iran, che continua a dividere le capitali occidentali. L’omaggio di Trump a Carlo III – «abbiamo bisogno di più persone come loro nel nostro Paese» – svela un’ammirazione per la monarchia che sconfina nella soggezione, ma non basta a ricucire le distanze sulla crisi mediorientale. Per l’Italia e l’Europa, la lezione è duplice: il soft power della Corona può disinnescare dazi e aprire varchi, ma la concorrenza commerciale con Londra rischia di intensificarsi proprio mentre Bruxelles tenta di parlare con una voce sola. Carlo III, intanto, ha già lasciato il suolo americano: a Bermuda lo attende un altro capitolo di quella geografia affettiva del Commonwealth che il suo regno, tra un bluegrass e un barile di quercia, continua a disegnare.
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