
Il paradosso del Nobel: Trump favorito tra 287 candidati, mentre la guerra all’Iran infuria
Duecentottantasette candidature, un record di rinnovamento e un nome che polarizza il pianeta: è questo lo scenario del Premio Nobel per la Pace 2026, appena delineato dal segretario del Comitato norvegese Kristian Berg Harpviken. Tra i 208 individui e le 79 organizzazioni in lizza, con ogni probabilità, figura Donald Trump. La lista resterà segreta per cinquant’anni, ma da Phnom Penh a Gerusalemme fino a Islamabad, diversi leader hanno rivendicato pubblicamente di aver avanzato la candidatura del presidente americano, trasformando la rituale discrezione scandinava in un’arena geopolitica. Il gesto, tutt’altro che innocente, rilegge la diplomazia transazionale trumpiana come un esperimento di pacificazione, benché proprio in queste settimane i bombardieri statunitensi continuino a colpire l’Iran in un conflitto scoppiato il 28 febbraio e ancora senza vie d’uscita.
Agli occhi degli osservatori di Oslo, la presenza di Trump tra i papabili non è un fulmine a ciel sereno. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai nascosto l’ambizione di iscriversi nell’albo dei pacificatori, malgrado lo scorso anno il Comitato gli abbia preferito la dissidente venezuelana María Corina Machado. In un groviglio simbolico che meriterebbe un saggio di histoire croisée, Machado consegnò poi la propria medaglia a Trump in gennaio, quasi a suggellare una staffetta morale tra la lotta per le libertà e il realismo muscolare. Da Londra, le agenzie di scommesse britanniche non restano a guardare: William Hill quota il tycoon a 3 contro 1, favorito seppure in calo rispetto al 55% di probabilità stimato a fine 2025, come a dire che la guerra con Teheran, lungi dal cancellarlo, lo proietta in un alone di tragica necessità.
Eppure, proprio dall’Iran sale un controcanto amaro. Mentre la comunità internazionale guarda al 2026, il premio assegnato nel 2023 all’attivista Narges Mohammadi, tuttora detenuta a Evin, torna a essere un monito: fonti mediorientali segnalano un aggravamento delle sue condizioni di salute, ricordando a Bruxelles e alle cancellerie europee che la pace non è un pranzo di gala e che il Nobel può essere anche una corona di spine. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il nodo è delicato. Un eventuale Nobel a Trump costringerebbe i governi del Vecchio Continente, già in imbarazzo per le incursioni unilaterali in Medio Oriente, a un esercizio di equilibrismo diplomatico: congratularsi con l’alleato atlantico senza avallare una guerra che, dalle coste mediterranee, viene percepita come una minaccia diretta alla sicurezza energetica e alla stabilità regionale.
Il vero interrogativo, al di là delle tattiche di nomination e dei pronostici, è se il Comitato di Oslo saprà ancora custodire lo spirito del testamento di Alfred Nobel in un mondo lacerato da conflitti. La proliferazione di candidature – mai così tante e ricche di volti nuovi, ha sottolineato Harpviken – segnala una domanda di pace disperata e diffusa. Ma trasforma anche il premio in uno specchio delle fratture globali: da Washington, dove Trump ha dichiarato che «dopo il rifiuto smetterò di pensare alla pace e farò ciò che è giusto per l’America», fino al Sud-est asiatico e al Medio Oriente, dove la sua nomina è cavalcata come un lasciapassare politico. L’Italia, cerniera mediterranea dell’Alleanza atlantica, osserva con apprensione: ogni onorificenza che scivoli nel marketing delle grandi potenze rischia di delegittimare l’unico strumento sopranazionale davvero capace di chiamare il mondo a raccolta, proprio quando ne avremmo più bisogno.
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