
Mali, l’offensiva jihadista travolge la giunta e umilia i russi dell’Africa Corps
Attacco coordinato di JNIM e ribelli tuareg il 25 aprile: ucciso il ministro della Difesa. La giunta perde il nord e la credibilità militare.
Il 25 aprile 2026 il Mali è precipitato in una crisi che non si vedeva dal 2012. Un’offensiva lampo del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Jnim), alleato di al-Qaeda, in coordinamento con il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla), a dominanza tuareg, ha colpito simultaneamente Kidal, Gao, il centro strategico di Sévaré e persino la periferia di Bamako. Nel villaggio di Kati, roccaforte della giunta a pochi chilometri dalla capitale, due esplosioni hanno preceduto gli scontri in cui è rimasto ucciso Sadio Camara, ministro della Difesa e pilastro del regime di Assimi Goïta.
Quest’ultimo ha reagito accentrando su di sé la delega alla Difesa, segno di un potere che si stringe attorno al leader mentre il territorio si sgretola. L’umiliazione è stata totale per le Forze armate maliane e per i loro alleati russi dell’Africa Corps, già eredi del Gruppo Wagner. A Kidal, dopo essersi asserragliati dentro la propria base, i mercenari russi hanno assistito impotenti alla riconquista della città da parte degli insorti.
Dal punto di vista di Mosca, l’operazione maliana rischia di rivelarsi un boomerang strategico: il Cremlino, che aveva investito nella giunta come avamposto africano, vede ora crollare la credibilità del suo modello di sicurezza fondato su interventi brutali ma poco efficaci contro insurrezioni mobili. Le notizie di esecuzioni extragiudiziali compiute dalle forze governative nei giorni successivi all’attacco, denunciate dall’Onu con “grave preoccupazione”, aggravano il quadro isolando ulteriormente Bamako. Per gli analisti di Bruxelles, l’offensiva segna un punto di svolta: il Sahel, già instabile, si trasforma in un teatro di guerra aperta tra jihadisti transnazionali e ribellioni locali, con conseguenze dirette per l’Europa.
L’Italia, in particolare, segue con attenzione l’evoluzione della rotta migratoria saheliana, che potrebbe registrare nuovi flussi se la violenza dovesse espandersi verso paesi costieri come la Costa d’Avorio o il Senegal. L’ottica di Pechino è più distaccata: la Cina, pur presente economicamente in Mali, osserva l’ennesima dimostrazione di fragilità degli Stati africani e calcola i rischi per le proprie rotte commerciali e minerarie. Nel frattempo, l’alleanza tattica tra Jnim e Fla, finora inedita su scala nazionale, ridefinisce gli equilibri: i tuareg usano i jihadisti per riconquistare l’autonomia del nord, mentre i secondi sfruttano la copertura politica dei primi per espandere il califfato.
Il futuro del Mali si decide ora in una partita a tre tra una giunta sempre più chiusa nella sua fortezza di Bamako, una coalizione insurrezionale che tiene il nord e una comunità internazionale che fatica a trovare un lessico comune. Per l’Europa, l’alternativa è tra un disimpegno che lascerebbe spazio a nuovi focolai e un intervento che ripropone i fantasmi delle missioni fallite.
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