
Pakistan impone un visto di fatto per i media stranieri fuori dalle tre metropoli
Le nuove linee guida obbligano i corrispondenti esteri a chiedere un permesso governativo per ogni reportage oltre Islamabad, Karachi e Lahore, proprio mentre si intensifica la repressione nel Kashmir amministrato da Islamabad.
Il governo di Shehbaz Sharif ha introdotto domenica scorsa le “Foreign Media Facilitation Guidelines, 2026”, che impongono a chiunque lavori per testate straniere – inclusi i cittadini pakistani – di ottenere un nulla osta (No Objection Certificate, NOC) prima di poter realizzare servizi al di fuori delle città di Islamabad, Karachi e Lahore. Le nuove regole non fissano alcun termine per il rilascio del permesso, lasciando i tempi alla discrezionalità delle autorità. Secondo il commentatore politico Mustafa Nawaz Khokhar, si tratta di “linee guida che equivalgono a soffocare i media internazionali in uno spazio sempre più ristretto”, e che rischiano di creare “più spazio per la disinformazione e la diffusione di notizie false”, perché il pubblico guarda ai media esteri per un’informazione indipendente.
Il ministero dell’Informazione pakistano ha respinto le critiche, sostenendo che le norme non intendono limitare la stampa ma “fornire un meccanismo amministrativo” per verificare i giornalisti, facilitare l’accesso e coordinare le esigenze di reportage. Tuttavia, già prima di questa stretta i corrispondenti stranieri potevano attendere mesi per un NOC o non ricevere mai risposta, il che impediva di coprire in tempo reale le notizie dall’interno del Paese di 240 milioni di abitanti. Le testate internazionali si affidavano spesso a collaboratori pakistani, che potevano spostarsi più agevolmente in città come Peshawar o Quetta; ora anche questi professionisti dovranno chiedere l’autorizzazione, chiudendo di fatto uno degli ultimi canali per un giornalismo indipendente.
La stretta arriva mentre il Pakistan è scosso da mesi di proteste nel Kashmir sotto la sua amministrazione (PoK), dove i manifestanti chiedono maggiore autonomia politica. Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), due reporter indipendenti pakistani sono stati arrestati il 1° agosto e portati in una località segreta, mentre altri sono stati convocati in tribunale in base a una legge che criminalizza le “informazioni false e fuorvianti”. Patricia Gossman, direttrice associata per l’Asia di Human Rights Watch, ha definito le restrizioni “un passo allarmante nel restringimento dello spazio per la libertà di stampa e di espressione” in un Paese che occupa il 153° posto su 180 nell’Indice della libertà di stampa di Reporter Senza Frontiere.
Il contesto in cui si inseriscono le nuove regole è segnato da un’escalation di violenza. Secondo stime locali e indipendenti citate dal New York Times, almeno 30 persone – tra manifestanti, forze di sicurezza e passanti – sono state uccise negli scontri di giugno e luglio. Il 5 agosto, giorno in cui Islamabad celebrava lo “Youm-e-Istehsal” per denunciare l’abolizione indiana dell’articolo 370, le proteste anti-pakistane hanno travolto Muzaffarabad e altre città: le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco a Neelum Valley uccidendo due persone e portando il bilancio complessivo delle vittime a 131, secondo gli organizzatori. Lo stesso giorno, la diaspora kashmira ha manifestato a Bradford, nel Regno Unito, chiedendo alla comunità internazionale di monitorare la situazione. Il ministero degli Esteri indiano ha bollato le elezioni locali in PoK come “una farsa totale” e ha accusato Islamabad di “violenza letale, uccisioni mirate e divieti draconiani” contro i civili. Al momento, le linee guida restano in vigore senza un calendario certo per il rilascio dei NOC, mentre il processo elettorale nella regione si concluderà il 10 agosto.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.40 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
| Stampa africana subsahariana | −0.30 | critical |
L'India smaschera la repressione pakistana nel Kashmir occupato e denuncia le nuove restrizioni alla stampa come un tentativo disperato di nascondere il dissenso interno.
Il blocco costruisce la propria posizione invertendo l'accusa: il Pakistan, che si presenta come vittima, è in realtà l'aggressore che reprime la libertà di stampa e il dissenso popolare, mentre l'India si pone come difensore della verità e dei diritti dei kashmiri.
Viene omesso il contesto delle restrizioni indiane alla stampa e ai diritti in Kashmir dopo l'abrogazione dell'Articolo 370, che pure sono state criticate da organizzazioni internazionali.
Il governo pakistano limita la copertura della stampa estera, una mossa che allarma i difensori dei diritti umani per la libertà di informazione.
Il blocco adotta un tono descrittivo e neutrale, riportando il fatto senza schierarsi apertamente, ma lasciando trasparire una preoccupazione implicita attraverso la citazione delle critiche dei gruppi umanitari.
Non viene menzionato il contesto delle proteste in Kashmir né la dimensione geopolitica della disputa tra India e Pakistan.
Il Pakistan reprime la stampa per soffocare le proteste in Kashmir, dimostrando la sua natura autoritaria di fronte alla sfida interna.
Il blocco collega direttamente le restrizioni alla stampa con le proteste in Kashmir, presentando la repressione come una reazione sproporzionata e autoritaria a una sfida legittima.
Non viene approfondito il ruolo dell'India nella regione né le accuse di violazioni dei diritti umani da entrambe le parti.
Il Pakistan stringe la morsa sulla stampa estera con burocrazia e permessi, un passo indietro per la libertà di informazione in un paese già in fondo alle classifiche.
Il blocco utilizza dati oggettivi (il ranking sulla libertà di stampa) e il punto di vista delle organizzazioni giornalistiche per legittimare la critica, trasformando una questione politica in una violazione di standard internazionali.
Non viene menzionato il contesto delle proteste in Kashmir né la disputa con l'India, concentrandosi esclusivamente sulla libertà di stampa.
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