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sabato 25 aprile 2026

Il veto di Mamdani infiamma New York, tra dialogo con Trump e guerra ai ricchi

Con il suo primo veto da sindaco di New York, Zohran Mamdani ha bloccato una legge bipartisan che avrebbe esteso le zone di rispetto intorno alle scuole per regolare le proteste. La norma, nata da un’urgenza di contrasto all’antisemitismo dopo gli eccessi nei campus, è stata liquidata dal primo cittadino come una minaccia alla libertà di espressione: un provvedimento che avrebbe potuto colpire i lavoratori in sciopero, gli studenti per il clima e le rivendicazioni palestinesi. La decisione ha scatenato una condanna trasversale. Mentre l’ex governatore Cuomo parlava di resa alla sinistra radicale, le principali organizzazioni ebraiche americane – e da Gerusalemme diversi osservatori – hanno parlato di fallimento profondo, pur riconoscendo che Mamdani lascerà entrare in vigore, senza firmarla, una legge parallela sui luoghi di culto, approvata con una maggioranza a prova di veto. L’episodio consegna alla cronaca un sindaco disposto a isolarsi su un crinale simbolico, dove il diritto di assemblea si scontra con la sicurezza percepita delle comunità religiose.

I cento giorni di Mamdani, celebrati da molti come un possibile laboratorio per un Partito Democratico allo sbando, rivelano tuttavia incrinature più profonde. I residenti dell’East Village, quartiere che lo ha votato in massa, hanno fatto causa per impedire l’apertura di un rifugio temporaneo per senzatetto nel loro isolato. L’ironia di una base progressista che si scopre Nimby, pronta a scendere in strada per tutto tranne che per l’accoglienza sotto casa, è stata ripresa con sarcasmo dall’ala conservatrice texana e non solo. Eppure, i sondaggi tengono: la popolarità del sindaco resta positiva. Secondo analisti del circuito liberal, il paradosso riflette la tensione irrisolta fra l’orizzonte universalista dei diritti e la concretezza del governo urbano, uno scarto che, nella prospettiva di Bruxelles, ricorda le difficoltà di molte amministrazioni metropolitane europee quando passano dalle parole alle ruspe.

Sullo sfondo si staglia un rapporto con Donald Trump che sfida le attese. I due si sono incontrati due volte, e Mamdani ha rivendicato un dialogo franco, da newyorkese a newyorkese: «Siamo diversi su quasi tutto, ma amiamo questa città». L’asse pragmatico, costruito sulla necessità di sbloccare fondi federali, non implica convergenze ideologiche, ma mostra una via di interlocuzione che il centrosinistra nazionale osserva con interesse misto a scetticismo. Da Pechino come da Berlino, la diplomazia municipale che scavalca gli schieramenti non è una novità, ma a New York assume i tratti di un esperimento che potrebbe influenzare il modo in cui le metropoli globali contratteranno con Washington.

C’è poi la guerra sulla ricchezza. Il giorno delle tasse, Mamdani ha scelto di lanciare la sua proposta più radicale: un prelievo annuale straordinario sugli immobili di lusso posseduti da proprietari assenti, in testa le quattro ville verticali del miliardario Ken Griffin a Central Park South. La reazione di Wall Street non si è fatta attendere: il fondatore di Citadel ha sospeso i piani per un grande progetto edilizio a Manhattan. Negli ambienti finanziari europei, da Milano a Francoforte, si segue la partita con apprensione: una tassa patrimoniale che colpisce i non residenti potrebbe diventare un modello esportabile, o al contrario un boomerang capace di prosciugare investimenti internazionali in città già gravate da crisi abitative.

La traiettoria di Mamdani si annoda così in una matassa di promesse difficili da sciogliere. Il veto sulle scuole lo riconsegna alle minoranze ideologiche ma lo allontana dai ceti medi spaventati. L’utopia redistributiva solletica i movimenti ma irrita i capitali globali. E la tregua con Trump, utile nell’immediato, è appesa al filo di un’emergenza o di un tweet presidenziale. Se il sindaco riuscirà a tenere insieme questi pezzi, potrebbe scrivere un copione nuovo per la sinistra di governo. Se fallirà, l’onda progressista di New York rischierà di infrangersi contro le sue stesse contraddizioni, offrendo all’Europa una lezione non meno severa di quanto non siano state, anni fa, le promesse mai mantenute della Terza Via.

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Il veto di Mamdani infiamma New York, tra dialogo con Trump e guerra ai ricchi

Con il suo primo veto da sindaco di New York, Zohran Mamdani ha bloccato una legge bipartisan che avrebbe esteso le zone di rispetto intorno alle scuole per regolare le proteste. La norma, nata da un’urgenza di contrasto all’antisemitismo dopo gli eccessi nei campus, è stata liquidata dal primo cittadino come una minaccia alla libertà di espressione: un provvedimento che avrebbe potuto colpire i lavoratori in sciopero, gli studenti per il clima e le rivendicazioni palestinesi. La decisione ha scatenato una condanna trasversale. Mentre l’ex governatore Cuomo parlava di resa alla sinistra radicale, le principali organizzazioni ebraiche americane – e da Gerusalemme diversi osservatori – hanno parlato di fallimento profondo, pur riconoscendo che Mamdani lascerà entrare in vigore, senza firmarla, una legge parallela sui luoghi di culto, approvata con una maggioranza a prova di veto. L’episodio consegna alla cronaca un sindaco disposto a isolarsi su un crinale simbolico, dove il diritto di assemblea si scontra con la sicurezza percepita delle comunità religiose.

I cento giorni di Mamdani, celebrati da molti come un possibile laboratorio per un Partito Democratico allo sbando, rivelano tuttavia incrinature più profonde. I residenti dell’East Village, quartiere che lo ha votato in massa, hanno fatto causa per impedire l’apertura di un rifugio temporaneo per senzatetto nel loro isolato. L’ironia di una base progressista che si scopre Nimby, pronta a scendere in strada per tutto tranne che per l’accoglienza sotto casa, è stata ripresa con sarcasmo dall’ala conservatrice texana e non solo. Eppure, i sondaggi tengono: la popolarità del sindaco resta positiva. Secondo analisti del circuito liberal, il paradosso riflette la tensione irrisolta fra l’orizzonte universalista dei diritti e la concretezza del governo urbano, uno scarto che, nella prospettiva di Bruxelles, ricorda le difficoltà di molte amministrazioni metropolitane europee quando passano dalle parole alle ruspe.

Sullo sfondo si staglia un rapporto con Donald Trump che sfida le attese. I due si sono incontrati due volte, e Mamdani ha rivendicato un dialogo franco, da newyorkese a newyorkese: «Siamo diversi su quasi tutto, ma amiamo questa città». L’asse pragmatico, costruito sulla necessità di sbloccare fondi federali, non implica convergenze ideologiche, ma mostra una via di interlocuzione che il centrosinistra nazionale osserva con interesse misto a scetticismo. Da Pechino come da Berlino, la diplomazia municipale che scavalca gli schieramenti non è una novità, ma a New York assume i tratti di un esperimento che potrebbe influenzare il modo in cui le metropoli globali contratteranno con Washington.

C’è poi la guerra sulla ricchezza. Il giorno delle tasse, Mamdani ha scelto di lanciare la sua proposta più radicale: un prelievo annuale straordinario sugli immobili di lusso posseduti da proprietari assenti, in testa le quattro ville verticali del miliardario Ken Griffin a Central Park South. La reazione di Wall Street non si è fatta attendere: il fondatore di Citadel ha sospeso i piani per un grande progetto edilizio a Manhattan. Negli ambienti finanziari europei, da Milano a Francoforte, si segue la partita con apprensione: una tassa patrimoniale che colpisce i non residenti potrebbe diventare un modello esportabile, o al contrario un boomerang capace di prosciugare investimenti internazionali in città già gravate da crisi abitative.

La traiettoria di Mamdani si annoda così in una matassa di promesse difficili da sciogliere. Il veto sulle scuole lo riconsegna alle minoranze ideologiche ma lo allontana dai ceti medi spaventati. L’utopia redistributiva solletica i movimenti ma irrita i capitali globali. E la tregua con Trump, utile nell’immediato, è appesa al filo di un’emergenza o di un tweet presidenziale. Se il sindaco riuscirà a tenere insieme questi pezzi, potrebbe scrivere un copione nuovo per la sinistra di governo. Se fallirà, l’onda progressista di New York rischierà di infrangersi contro le sue stesse contraddizioni, offrendo all’Europa una lezione non meno severa di quanto non siano state, anni fa, le promesse mai mantenute della Terza Via.

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