
Infantino spegne le polemiche: l’Iran ai Mondiali negli Stati Uniti, ma resta la tensione
Sarà il pallone a scavalcare i missili. Con una dichiarazione secca, senza appelli, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha spento settimane di congetture sulla partecipazione dell’Iran al Mondiale 2026, confermando dal congresso di Vancouver che la nazionale iraniana non solo prenderà parte al torneo, ma lo farà giocando negli Stati Uniti così come previsto dal calendario originario. «Dobbiamo unirci. È mia responsabilità, nostra responsabilità», ha scandito davanti ai delegati, respingendo le richieste di uno spostamento delle partite in Messico e blindando l’integrità sportiva della manifestazione. Un intervento che, per tempismo e perentorietà, ha il sapore di una chiusura politica prima ancora che organizzativa, nel bel mezzo di una tempesta diplomatica che da mesi avvelena i cieli del Golfo Persico.
Lo scenario in cui la decisione è maturata è tutt’altro che disteso. Nelle stesse ore del congresso, il presidente della federazione iraniana Mehdi Taj – ex membro delle Guardie della rivoluzione, corpo su cui Ottawa e Washington mantengono uno stretto regime di sanzioni e divieti d’ingresso – veniva trattenuto per tre ore all’aeroporto di Toronto con l’intera delegazione. Taj ha poi dichiarato di aver scelto di tornare indietro, sebbene le autorità canadesi gli avessero infine concesso l’autorizzazione, e la sua assenza dal consesso FIFA ha simbolicamente incendiato il dibattito. Fuori dal centro congressi, attivisti della diaspora iraniana scandivano slogan contro il regime, ricordando quanto la partita diplomatica abbia ormai invaso ogni rettangolo verde.
Dall’amministrazione Trump, l’apertura è arrivata in modo pragmatico e quasi sbrigativo. Il presidente americano, interpellato sulla presenza dell’Iran in casa propria, ha liquidato la questione con un «lasciamoli giocare», delegando esplicitamente a Infantino la responsabilità della scelta. Una posizione che secondo gli analisti di Washington riflette la volontà di non caricare la Coppa del Mondo di un peso politico che rischierebbe di incendiare ulteriormente un conflitto militare già in corso, dopo i raid statunitensi e israeliani di febbraio. Dal canto suo Teheran, pur incassando il via libera, non ha affatto smorzato i toni. Taj ha annunciato un incontro urgente con la FIFA a Zurigo prima del 20 maggio perché «ci sono molte questioni da discutere», segnalando che la presenza sul campo non significa acquiescenza e che le garanzie logistiche e di sicurezza per atleti, staff e tifosi restano un nodo irrisolto.
Per l’Europa e per l’Italia, che osserva con il consueto misto di passione sportiva e prudenza istituzionale, la decisione di Infantino offre una certezza importante: il Mondiale manterrà la sua architettura originaria, senza la pericolosa deriva di boicottaggi su base geopolitica che avrebbero potuto minare l’intero impianto del calcio internazionale. Fonti diplomatiche di Bruxelles non nascondono il sollievo per una soluzione che, almeno sul piano formale, separa lo sport dalle tensioni belliche, preservando al contempo la neutralità delle federazioni. L’approdo negli Stati Uniti della quarta partecipazione consecutiva dell’Iran alla fase finale di un Mondiale diventa così un test cruciale per la tenuta del «calcio come strumento di unione» evocato da Infantino, ma anche una scommessa sulla capacità della macchina organizzativa di garantire un evento blindato senza trasformare gli stadi in bunker. La partita vera, ora, si gioca lontano dai riflettori, nelle stanze della FIFA e nei canali riservati tra le capitali. Perché se il pallone ha scavalcato i missili, il suo percorso resta disseminato di macerie.
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