
Iran, impennata di esecuzioni e condanne a morte: la campagna 'No all'impiccagione' entra nella 132ª settimana
Mentre il potere giudiziario accelera le condanne capitali contro i manifestanti di Dey, il movimento di protesta carcerario si allarga a 59 istituti e chiede un'opposizione senza riserve.
L'ondata di esecuzioni e di nuove condanne a morte in Iran ha raggiunto un'intensità che le stesse fonti interne al movimento di opposizione definiscono senza precedenti recenti. Secondo il comunicato settimanale del cartello 'Martedì di no all'esecuzione', diffuso il 13 mordad (4 agosto 2026) e rilanciato da Iran International e Voice of America, dall'inizio del mese sono state giustiziate almeno 35 persone, 28 delle quali a partire dal 6 mordad; tra loro figurano una donna, un minore e tre arrestati durante le proteste del mese di dey 1404 (dicembre 2025-gennaio 2026). Il dato si inserisce in una curva ascendente: l'organizzazione Human Rights in Iran, citata nel comunicato, parla di oltre 450 esecuzioni dall'inizio dell'anno solare, mentre l'agenzia Hrana stima un balzo da 351 casi nel 1400 a quasi 2.500 nel 1404.
La risposta del mondo detentivo è stata immediata e coordinata. Per la centotrentaduesima settimana consecutiva, i prigionieri aderenti alla campagna hanno osservato uno sciopero della fame in 59 carceri, da Evin a Ghezel Hesar, da Vakilabad a Zahedan. Il comunicato, firmato dai detenuti, denuncia il ricorso sistematico alla tortura, alle confessioni estorte e ai processi a porte chiuse, e accusa il regime di usare le esecuzioni pubbliche – come quelle avvenute in piazza Ali Khani a Esfahan – per «creare terrore e impedire il riaccendersi della protesta». La mobilitazione ha già prodotto un episodio di massa: circa 1.500 reclusi dell'unità 2 di Ghezel Hesar hanno portato avanti uno sciopero della fame di oltre due settimane, sospeso solo dopo l'impegno delle autorità a fermare le esecuzioni, impegno di cui ora i detenuti chiedono il rispetto.
Sul fronte giudiziario, la macchina repressiva guidata dal capo del potere giudiziario Gholamhossein Mohseni-Ejei continua a produrre condanne capitali con l'accusa di 'moharebeh' (guerra contro Dio) e 'corruzione sulla terra'. Fonti di Iran International segnalano il caso di Ali Rahimi Rigi, 31 anni, arrestato il 10 bahman a Lordegan e ora a rischio esecuzione dopo che il tribunale rivoluzionario gli ha negato un legale di fiducia. Analoga la situazione di Najmeh Amini, studentessa 23enne di Mashhad, accusata di moharebeh per alcune storie pubblicate su Instagram, e di Mohammad Zangeneh, 24 anni, già condannato a tre anni e mezzo di reclusione e ora raggiunto da un nuovo atto di accusa che prefigura la pena capitale. In tutti questi casi, denunciano le fonti, è stato impedito l'accesso a un avvocato difensore e i detenuti sono stati tenuti in isolamento per mesi.
La prospettiva internazionale, per quanto ancora frammentaria, conferma la gravità della situazione. Amnesty International, in un rapporto del 6 mordad citato da Iran International, ha certificato che dall'inizio del 2026 almeno 26 persone sono state giustiziate in relazione alle proteste di dey e altre 26 per reati a movente politico, mentre almeno 60 individui sono in attesa dell'esecuzione. Il movimento 'No all'impiccagione' chiede ora a partiti, sindacati e organizzazioni per i diritti umani di agire «senza se e senza ma», estendendo la mobilitazione a tutti i condannati, politici e comuni. La prossima tappa del confronto è già segnata: il cartello ha annunciato che lo sciopero della fame proseguirà ogni martedì, mentre il potere giudiziario continua a emettere nuovi capi d'accusa per i manifestanti di dey, molti dei quali rischiano la forca.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.90 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
I prigionieri iraniani in sciopero della fame e gli attivisti denunciano l'accelerazione delle esecuzioni e chiedono una mobilitazione immediata per fermare la repressione.
Il blocco utilizza storie personali e dettagli scioccanti per suscitare empatia e indignazione, creando un senso di urgenza morale.
Non approfondisce il dibattito interno iraniano su strategie culturali a lungo termine per combattere la pena di morte.
L'attivista Mahmoud Amiri Moghaddam sostiene che la lotta contro la pena di morte in Iran necessita di un cambiamento culturale profondo, non solo di proteste immediate.
Il blocco adotta un tono riflessivo e analitico, contrapponendo la strategia culturale a lungo termine all'urgenza delle proteste, per apparire più realista e costruttivo.
Tralascia i dettagli specifici dei singoli prigionieri condannati a morte e il conteggio esatto delle esecuzioni recenti.
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