
Iran sfida l’America con un nuovo ordine nel Golfo: «Voi solo sul fondo del mare»
La dichiarazione, diffusa per iscritto nella ricorrenza del Giorno nazionale del Golfo Persico, segna la terza apparizione pubblica—virtuale—del nuovo leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, da quando il conflitto con la coalizione a guida statunitense e israeliana è esploso il 28 febbraio. Il messaggio, letto alla televisione di Stato, ha un tono insieme minaccioso e conciliante: da un lato promette un «futuro brillante» per il Golfo, «senza l’America», e invita i Paesi vicini a un «nuovo capitolo» di cooperazione sotto la regia di Teheran; dall’altro avverte che per gli Stati Uniti «l’unico posto nel Golfo è sul fondo delle sue acque». L’ayatollah, che secondo i servizi occidentali sarebbe gravemente ferito al volto e costretto a dettare messaggi da un letto d’ospedale, ha inoltre ribadito la sacralità del programma nucleare e missilistico iraniano, definito «capitale nazionale» non negoziabile, in diretta sfida alle richieste di Donald Trump di smantellarlo come precondizione per una tregua stabile.
Il discorso arriva mentre il cessate il fuoco dell’8 aprile tiene, ma è reso fragile dal blocco navale decretato da Washington contro le navi iraniane, in risposta alla chiusura del Canale di Hormuz attuata da Teheran nelle prime settimane di guerra. Il blocco, secondo un alto funzionario americano, potrebbe durare «mesi». L’effetto sui mercati è stato immediato: il petrolio ha toccato 126 dollari al barile, il prezzo più alto dal 2022, per poi ridimensionarsi solo dopo la diffusione del messaggio di Khamenei, che ha rivendicato il controllo dello stretto e annunciato «nuove regole legali» per la sua gestione. Da un punto di vista regionale, l’appello ai vicini del Golfo—Arabia Saudita, Emirati, Qatar—appare un tentativo di isolare gli Stati Uniti, sfruttando la tradizionale diffidenza delle monarchie del Consiglio di cooperazione verso una presenza militare esterna che le analisi provenienti da Riad giudicano però ancora necessaria come contrappeso all’espansionismo persiano.
Per l’Europa e per l’Italia, che importano via Hormuz una quota significativa del greggio consumato, la prospettiva di uno stretto permanentemente militarizzato e gestito unilateralmente da Teheran rappresenta un salto nell’incertezza. Gli analisti di Bruxelles sottolineano come il blocco americano e la replica iraniana rischino di innescare una crisi energetica prolungata, mentre Pechino, dal canto suo, osserva con interesse la possibilità di mediare tra le parti per garantirsi l’accesso a un petrolio che altrimenti dovrebbe pagare a caro prezzo. L’assenza di una leadership visibile e il mistero sulle condizioni fisiche di Mojtaba Khamenei alimentano interrogativi sulla stabilità interna della Repubblica Islamica: il suo silenzio pubblico potrebbe essere interpretato come debolezza, ma per ora il messaggio di sfida sembra tenere unito il fronte iraniano. Nei prossimi mesi, la tenuta del blocco navale, la reazione dei Paesi del Golfo e la capacità di Teheran di imporre pedaggi o regole alternative a Hormuz decideranno se questa nuova «gestione» dello stretto porterà davvero la «calma» promessa—o una nuova, pericolosa escalation.
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