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sabato 25 aprile 2026

Knicks nel baratro, Toronto e Boston risorgono: la notte che scuote l’Est NBA

È durata poco più di un minuto, ma ha condensato l’improvvisa vertigine di un’intera metropoli. Nella tarda serata di giovedì, il Madison Square Garden è diventato l’epicentro di un terremoto sportivo: i New York Knicks si lasciavano sfuggire un vantaggio in doppia cifra contro Atlanta, i Mets subivano un clamoroso grande slam che riapriva la partita, e i Jets, al Draft Nfl, pugnalavano i propri tifosi con una scelta tanto controversa da scatenare l’ira via etere. Le telecamere della radio Wfan hanno immortalato volti increduli e mani nei capelli, mentre in un lampo tre squadre-simbolo della Grande Mela sprofondavano insieme. Il colpo più doloroso è quello cestistico: persa gara-3 per un solo punto – 107-106 –, con il jump shot di CJ McCollum sulla sirena e l’ultimo passaggio di Jalen Brunson intercettato da Jonathan Kuminga, i Knicks sono ora sotto 2-1 nella serie contro gli Hawks, e l’intera impalcatura costruita dal proprietario James Dolan traballa pericolosamente.

La frustrazione di New York, acuita dal commento furente di Stephen A. Smith – «se perdiamo questa serie, devono rotolare delle teste» –, si innesta su una ferita più profonda. Nell’ottica degli analisti della East Coast, la trade che la scorsa estate portò Mikal Bridges nel cuore di Manhattan in cambio di cinque prime scelte non protette sta assumendo i contorni di un errore catastrofico. I Knicks, reduci dalla prima finale di Conference in un quarto di secolo, sembravano destinati a ripetersi. Invece dilapidano margini rassicuranti, smarriscono identità difensiva e rischiano l’eliminazione al primo turno per mano di una squadra giovane e affamata, che secondo gli osservatori di Atlanta sta giocando con la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere.

Mentre la metropoli si interrogava sulla propria maledizione, da Toronto giungeva un vento opposto. I Raptors hanno travolto Cleveland 126-104, accorciando la serie sul 2-1 e interrompendo un digiuno di dodici sconfitte consecutive ai playoff contro i Cavaliers. Scottie Barnes e RJ Barrett hanno ciascuno firmato 33 punti, massimi personali nella postseason, ma il simbolo della serata è stato Jamison Battle: quattordici punti, tutti nell’ultimo quarto, con quattro triple a bersaglio e la lucidità di chi sa di doversi guadagnare ogni minuto. «Resto pronto, è l’unico modo per restare nella lega», ha detto l’ala canadese, incarnando l’umiltà operaia che gli ambienti dell’Ontario riconoscono come dna della franchigia. L’esplosione del rookie Collin Murray-Boyles (22 punti), primo giocatore di Toronto sotto i vent’anni a superare quota 20 in una gara di playoff, proietta i Raptors verso gara-4 con la consapevolezza di poter sovvertire i pronostici.

Anche Boston respira. Jayson Tatum, a meno di un anno dalla rottura del tendine d’Achille destro che lo aveva lasciato a terra al Madison Square Garden, ha condotto i Celtics al successo per 108-100 su Philadelphia in gara-3, siglando undici dei suoi venticinque punti nel quarto periodo. Per gli addetti ai lavori del Massachusetts, il ritorno di Tatum ai livelli di sempre ridisegna i contorni di una serie che sembrava incerta, ma che ora vede Boston avanti 2-1 con la possibilità di chiudere domenica. Philadelphia, dal canto suo, deve fare i conti con una difesa che nei momenti decisivi non trova risposte al talento ritrovato dell’avversario.

L’intreccio di queste traiettorie ridisegna l’Est con una rapidità quasi brutale. La caduta verticale dei Knicks, unita alle resurrezioni di Toronto e Boston, suggerisce che la conference sia molto più aperta di quanto i blockbuster estivi lasciassero credere. Per New York, l’eventuale eliminazione aprirebbe una crisi di sistema: il progetto costruito attorno a Brunson e alle prime scelte sacrificate non ammette passi falsi così precoci. In Canada, al contrario, la gioventù dei Raptors sta trasformando una serie sulla carta già scritta in un laboratorio di fiducia per il futuro. E Boston, con Tatum di nuovo padrone del proprio corpo, torna a scrutare l’orizzonte lungo della postseason con l’autorità di chi ha già assaggiato la finale. L’unica certezza, in questa primavera di vetro, è che la linea tra il trionfo e il ridicolo – come dimostra la notte newyorkese – può essere più sottile di un minuto di orologio.

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Knicks nel baratro, Toronto e Boston risorgono: la notte che scuote l’Est NBA

È durata poco più di un minuto, ma ha condensato l’improvvisa vertigine di un’intera metropoli. Nella tarda serata di giovedì, il Madison Square Garden è diventato l’epicentro di un terremoto sportivo: i New York Knicks si lasciavano sfuggire un vantaggio in doppia cifra contro Atlanta, i Mets subivano un clamoroso grande slam che riapriva la partita, e i Jets, al Draft Nfl, pugnalavano i propri tifosi con una scelta tanto controversa da scatenare l’ira via etere. Le telecamere della radio Wfan hanno immortalato volti increduli e mani nei capelli, mentre in un lampo tre squadre-simbolo della Grande Mela sprofondavano insieme. Il colpo più doloroso è quello cestistico: persa gara-3 per un solo punto – 107-106 –, con il jump shot di CJ McCollum sulla sirena e l’ultimo passaggio di Jalen Brunson intercettato da Jonathan Kuminga, i Knicks sono ora sotto 2-1 nella serie contro gli Hawks, e l’intera impalcatura costruita dal proprietario James Dolan traballa pericolosamente.

La frustrazione di New York, acuita dal commento furente di Stephen A. Smith – «se perdiamo questa serie, devono rotolare delle teste» –, si innesta su una ferita più profonda. Nell’ottica degli analisti della East Coast, la trade che la scorsa estate portò Mikal Bridges nel cuore di Manhattan in cambio di cinque prime scelte non protette sta assumendo i contorni di un errore catastrofico. I Knicks, reduci dalla prima finale di Conference in un quarto di secolo, sembravano destinati a ripetersi. Invece dilapidano margini rassicuranti, smarriscono identità difensiva e rischiano l’eliminazione al primo turno per mano di una squadra giovane e affamata, che secondo gli osservatori di Atlanta sta giocando con la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere.

Mentre la metropoli si interrogava sulla propria maledizione, da Toronto giungeva un vento opposto. I Raptors hanno travolto Cleveland 126-104, accorciando la serie sul 2-1 e interrompendo un digiuno di dodici sconfitte consecutive ai playoff contro i Cavaliers. Scottie Barnes e RJ Barrett hanno ciascuno firmato 33 punti, massimi personali nella postseason, ma il simbolo della serata è stato Jamison Battle: quattordici punti, tutti nell’ultimo quarto, con quattro triple a bersaglio e la lucidità di chi sa di doversi guadagnare ogni minuto. «Resto pronto, è l’unico modo per restare nella lega», ha detto l’ala canadese, incarnando l’umiltà operaia che gli ambienti dell’Ontario riconoscono come dna della franchigia. L’esplosione del rookie Collin Murray-Boyles (22 punti), primo giocatore di Toronto sotto i vent’anni a superare quota 20 in una gara di playoff, proietta i Raptors verso gara-4 con la consapevolezza di poter sovvertire i pronostici.

Anche Boston respira. Jayson Tatum, a meno di un anno dalla rottura del tendine d’Achille destro che lo aveva lasciato a terra al Madison Square Garden, ha condotto i Celtics al successo per 108-100 su Philadelphia in gara-3, siglando undici dei suoi venticinque punti nel quarto periodo. Per gli addetti ai lavori del Massachusetts, il ritorno di Tatum ai livelli di sempre ridisegna i contorni di una serie che sembrava incerta, ma che ora vede Boston avanti 2-1 con la possibilità di chiudere domenica. Philadelphia, dal canto suo, deve fare i conti con una difesa che nei momenti decisivi non trova risposte al talento ritrovato dell’avversario.

L’intreccio di queste traiettorie ridisegna l’Est con una rapidità quasi brutale. La caduta verticale dei Knicks, unita alle resurrezioni di Toronto e Boston, suggerisce che la conference sia molto più aperta di quanto i blockbuster estivi lasciassero credere. Per New York, l’eventuale eliminazione aprirebbe una crisi di sistema: il progetto costruito attorno a Brunson e alle prime scelte sacrificate non ammette passi falsi così precoci. In Canada, al contrario, la gioventù dei Raptors sta trasformando una serie sulla carta già scritta in un laboratorio di fiducia per il futuro. E Boston, con Tatum di nuovo padrone del proprio corpo, torna a scrutare l’orizzonte lungo della postseason con l’autorità di chi ha già assaggiato la finale. L’unica certezza, in questa primavera di vetro, è che la linea tra il trionfo e il ridicolo – come dimostra la notte newyorkese – può essere più sottile di un minuto di orologio.

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